Lavoro,futuro e libertà
12 Marzo 2019
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Lavoro,futuro e libertà

Il sogno cartesiano di una umanità liberata dalla soggezione alle forze della natura tramite le macchine, “renderci come padroni e possessori della natura” scriveva Cartesio, di una umanità vittoriosa sui mali che l’affliggono attraverso la medicina, ha animato e anima ancora ormai il mondo intero.

Ma, come abbiamo visto negli articoli precedenti Lavoro e profitto, e Le rivoluzioni industriali, con la prima rivoluzione industriale, la macchina, invece di liberare l’uomo e farne il padrone e possessore della natura, lo ha trasformato in uno schiavo della propria creazione, ha reso il lavoro “più semplice”, ma lo ha disumanizzato, rendendolo monotono e noioso e ha sostituito al ritmo umano, al ritmo vitale del lavoro, la ripetitività, l’uniformità del ciclo meccanico. Nonostante condanne come quella di Fourier che ritenne l’ industrialismo “la più recente delle nostre chimere scientifiche” ed il lavoro industriale, generatore di noia insopportabile, “vizio radicale del meccanismo civilizzato”, la fede nella scienza e nelle innovazioni tecnologiche ha reso il processo irreversibile e autoreferenziale.

I detentori di capitali e l’alta finanza hanno investito e investono capitali nella ricerca scientifica, alimentando questo sogno, con l’obiettivo di implementare i propri utili. L’introduzione delle nuove tecnologie nei processi industriali ha, ciclicamente, creato disoccupazione, tensioni sociali in parte fronteggiate con “ammor- tizzatori sociali” quali “Sussidio di disoccupazione”, “Cassa Integrazione Guadagni”, “Indennità di mobilità”, istituti i cui costi hanno gravato e gravano sul bilancio dello Stato ovvero sui contribuenti.

Così alla prima rivoluzione industriale ne sono seguite altre tre, delle quali l’ultima ci coinvolge in quanto attuale, con i suoi presunti meriti e con le dirompenti conseguenze previste sul mercato del lavoro, sul nostro stile di vita, sui nostri valori.

Già agli inizi del secolo scorso, l’economista John Maynard Keynes parlava di “disoccupazione tecnologica” ritenendo che l’automazione avrebbe tolto progressivamente l’uomo dal mercato del lavoro sostituendolo con macchine sempre più efficienti. E oggi, in quella che viene chiamata “quarta rivoluzione industriale”, quella nella quale siamo immersi, vittime e complici inconsci, le previsioni di Keynes sono più che attuali e preoccupano molti osservatori. Frey e Osborne, per citarne alcuni, nel report Technology at work rilevano come lo sviluppo tecnologico, inarrestabile nella sua corsa, nel prossimo decennio metterà ad elevato rischio di sostituzione il 47% della forza lavoro negli Stati Uniti d’America. Inoltre rilevano come questa tendenza è valida in tutto il mondo proprio a causa della crescente integrazione dei sistemi cyber-fisici, robot (Cyber Phisical Systems o CPS), che, oltre alle diverse percentuali di lavoratori a rischio sostituzione, concentrerà la ricchezza nelle mani di pochi incrementando sempre più le disparità economiche ed esigerà manodopera a basso reddito e professioni ad alta specializzazione, lavoratori definiti high skilled.

Quindi la nuova rivoluzione richiederà nuovi paradigmi e nuove strategie per far fronte ad un processo che si alimenterà di enormi quantità di dati liberamente fruibili (internet) che, opportunamente elaborati, consentono di acquisire informazioni utili al mercato, con conseguente necessità di sviluppo di tecnologie funzionali all’ Intelligenza Artificiale (robotica) nei diversi ambiti del vivere umano.

Gli interrogativi che ci si pongono sono tanti, alcuni dei quali meritano di essere condivisi. Se il numero degli occupati diminuirà, chi contribuirà agli “ammortizzatori sociali”? Se i disoccupati avranno un reddito (devono pur mangiare!), chiamiamolo pure “di cittadinanza” quale interesse stimolerà al lavoro? Quali riflessi si avranno sui consumi?

In ogni caso dobbiamo ritenere valido quanto sostenne Pierre-Maxime Schuhl in Macchinismo e filosofia e cioè che, con l’avvento dell’elettricità, quindi delle macchine elettriche ed ancor più quelle dell’età dell’elettronica, il sogno cartesiano si è avverato in quanto è accresciuta la potenza dell’uomo, che si ritiene il padrone e il possessore della natura, con tutte le conseguenze a livello ambientale, ed è incontestabilmente aumentato il benessere, il livello di vita dei popoli industrializzati ed anche il tempo libero a disposizione. E negli scenari che si intravvedono il tempo libero aumenterà ancora e per un numero sempre più elevato di persone. Ciò potrebbe essere un bene perché aumenterà la possibilità di accedere alla cultura e/o creare cultura, poiché, come scrive Alexandre Koyré “non è dal lavoro che nasce la civiltà: essa nasce dal tempo libero e dal giuoco”, ma sta all’uomo sapere quale impiego farà di questa potenza e di questo tempo libero. Vorrà salvaguardare la propria libertà e costruire un mondo migliore, più equo, più solidale, più giusto, oppure, al contrario, proseguendo sulla strada della massificazione, del conformismo, continuerà a creare disuguaglianze, ingiustizie, spersonalizzazione dell’uomo?☺

 

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