l’azione pedagogica  di Gabriella de Lisio
3 Settembre 2013
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l’azione pedagogica di Gabriella de Lisio

 

La scuola è alle porte. E quest’anno, fra le varie questioni che si porranno sul tappeto, ci saranno anche i nodi da sciogliere relativi ai cosiddetti bisogni educativi speciali. Mi permetto allora di proporre, in questa rubrica, alcune riflessioni in riferimento al dibattito pedagogico su questa nuova opportunità educativa, che ha trovato una sua esplicita formalizzazione nei documenti del Miur di dicembre 2012 e marzo 2013 (e dovrebbe diventare pienamente operativa a partire dal prossimo settembre) e che non è, da parte mia, priva di qualche perplessità.

Anzitutto, una premessa. Negli ultimi anni, il nostro modello di integrazione scolastica – punto di riferimento per tutte le politiche di inclusione in Europa – ha avuto modo di ripensare alcuni aspetti del sistema educativo, alla luce di  nuove esigenze e criticità emerse nell’approccio con la disabilità.

Gli alunni comunemente classificati “con disabilità”, infatti, si trovano oggi inseriti in contesti sempre più articolati, dove il confine fra soggetti “con” e “senza” la disabilità stessa diventa sempre più sottile e non rispecchia più la complessa varietà delle nostre classi. È infatti, ormai, una realtà che gli alunni il cui deficit è – con un termine che non ci piace ma è necessario – “certificato”, non sono più gli unici a manifestare particolari esigenze educative.

In questo senso, ogni alunno, con continuità o solo in determinati periodi, può manifestare dei “bisogni educativi speciali” (BES, appunto) rispetto ai quali la scuola deve rispondere in modo adeguato e personalizzato.

Gli alunni con bisogni educativi speciali vivono infatti una situazione particolare, che li ostacola nell’apprendimento e nello sviluppo: questa situazione negativa può essere di tipo organico, biologico, oppure familiare, sociale, ambientale, contestuale, o in combinazione di queste.

Tutto il team docente, allora, è chiamato a prendere in carico l’alunno o gli alunni che presentano una richiesta di speciale “attenzione” per ragioni che possono spaziare dall’handicap vero e proprio allo svantaggio sociale e culturale, da un disturbo specifico di apprendimento (come la dislessia, ad esempio) alla non conoscenza della lingua e della cultura italiana, e così via.

Le difficoltà possono essere globali oppure più specifiche, gravi o leggere, permanenti o transitorie. Restano, in ogni caso, degli ostacoli ad un sereno e corretto percorso di apprendimento e, più in generale, di crescita dell’alunno.

In questi casi, i normali bisogni educativi che tutti gli alunni hanno (bisogno di sviluppare competenze, bisogno di appartenenza, di identità, di valorizzazione, di accettazione, solo per citarne alcuni) si “arricchiscono” di qualcosa  di particolare, di “speciale”: ad esempio, il loro bisogno normale di sviluppare competenze di autonomia, è complicato dal fatto che possono esserci deficit motori, cognitivi, oppure difficoltà familiari che ostacolano il vivere positivamente la percezione di sé e la crescita, e così via. Dopo le prime riflessioni, alcune risorse individuate da numerosi istituti per essere messe in campo gradualmente a partire dal prossimo anno scolastico potrebbero essere le seguenti: il lavoro di team e la collaborazione tra tutti i docenti che lavorano nella classe; una formazione diffusa e specifica sulla didattica inclusiva; l’utilizzo di metodologie e di strumenti informatici; la costruzione di reti territoriali che coinvolgano scuola- famiglia-servizi e territorio; la compilazione di una scheda di “rilevazione dei bisogni educativi speciali”. Tutte direttrici di lavoro, piste sulle quali si lavorerà per pianificare in buona fede interventi mirati, efficaci.

Ma qui porrei in campo qualche riflessione, qualche provocazione costruttiva, diretta a chiarire alcuni nodi a mio parere problematici.

1. I soggetti “portatori di BES” chi sono? Sembra che l’individuazione delle categorie sia estremamente ampia e diversificata: gli alunni con difficoltà di apprendimento (ma quale alunno non presenta alcuna difficoltà di apprendimento?), gli alunni con disagio psico-sociale (ma allora la povertà sociale è un problema?), quelli con difficoltà linguistico culturali (allora anche l’essere figlio/a d’immigrati è percepito come un problema?), gli alunni con un ‘funzionamento intellettivo limite’ (cosa vuol dire esattamente?). Il rischio non potrebbe essere quello di trasformare il riconoscimento delle legittime differenze in un’innumerevole serie di categorie un po’ forzate?

2. La gestione del gruppo classe e l’organizzazione degli apprendimenti sono due aspetti fondamentali dell’attività docente. La tendenza va sempre di più (lo si vede nella formazione stessa del personale docente) nella direzione delle procedure didattiche, della tecnologia didattica, dell’uso degli strumenti; si sostituisce la didattica come processo vivo (che implica la relazione complessa tra docente, alunni, metodi, strumenti, comunità scolastica) con il didatticismo inteso come procedura. La pedagogia vera e propria (quindi la formazione pedagogica dell’insegnante che dovrebbe andare a caccia di risorse, capacità, potenzialità e non solo di ‘comportamenti problema’) sembra avviarsi ad essere un po’ marginalizzata nella cultura scolastica, e gradualmente rimpiazzata dallo sguardo di una certa psicologia clinica e “terapeutica”.

3. Si parla di docenti esperti e preparati sui ‘BES’, si parla di Centri territoriali per l’inclusione: ma cosa vuol dire in modo preciso? Chi saranno questi docenti esperti dei BES? E gli altri saranno meno preparati ad affrontare le aule scolastiche? Quale formazione avranno? Quali compiti e competenze? Che fine faranno gli insegnanti specializzati o di sostegno? Credo ci sia bisogno del contributo degli insegnanti che ogni giorno attivano delle esperienze pedagogiche e didattiche nelle loro classi, che ogni giorno affrontano la complessità e le difficoltà del proprio mestiere. Gli insegnanti vanno coinvolti non come destinatari di indagini predisposte da pool di esperti, non come meri esecutori di direttive ministeriali o di tecniche specializzate ma come attori in grado di produrre senso e di fornire, tramite la loro pratica, proposte e indicazioni concrete, frutto della propria esperienza.

Mi fermo qui. Mi preparo al rientro in aula anch’io e mi do tempo per capire, studiare la faccenda, entrare in campo in prima persona, in qualità di membro della Commissione per i BES nel mio istituto. Un osservatorio privilegiato per dissipare o rafforzare le mie perplessità. Resto però convinta che occorre rimettere al centro l’azione pedagogica e promuovere un autentico confronto dando voce agli operatori della scuola, agli insegnanti, agli educatori, ma anche agli alunni e ai genitori che spesso si trovano a dovere fare delle scelte senza capire di cosa si sta parlando. Ne va del futuro dei nostri figli e dell’identità (molto, molto sbiadita) del ruolo docente.

Con sano ottimismo, però, buon viaggio nell’anno scolastico 2013/2014.☺

gadelis@libero.it

 

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