Le donne palestinesi
30 Ottobre 2014
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Le donne palestinesi

Malauguratamente la storia si ripete.

Tutti a parlare di Ebola e di Isis come se ci fossimo dimenticati che inutili allarmismi sono stati creati anche in passato. La mucca pazza, l’aviaria, l’intossicazione da cetriolo sono solo alcuni esempi di presunte fini apocalittiche che poi hanno avuto proporzioni ben più ridotte di quelle che tutti temevano a causa dell’azione di media spregiudicati, interessi nascosti di governi e case farmaceutiche.

E poi l’Isis: circolano notizie secondo le quali esponenti dello Stato Islamico vorrebbero attaccare Roma e violentare le donne, alcuni di loro si inietterebbero il virus Ebola per poi entrare in Occidente e contaminarci. Un’analisi attenta e priva di pregiudizi culturali rivela che fino ad oggi nessuno stato occidentale è caduto per mano dell’islam, nonostante l’espansione del fanatismo e del terrorismo di matrice musulmana. Al contrario è stato l’Occidente, con a capo gli Usa, a sperimentare medicinali e virus in Africa provocando morti e epidemie (sarà anche il caso di Ebola come dicono gli africani?) e a esportare la guerra soprannominandola “pace”.

Non è la prima volta che certi fenomeni vengono enfatizzati per distogliere l’attenzione dalle gravi colpe dell’Occidente e del suo fedele alleato: Israele. Come nel ’91 parlando di guerra del Golfo si è messa a tacere la questione palestinese, oggi parlando di Isis e di Ebola ci si è dimenticati della carneficina messa in atto da Israele nella striscia di Gaza e non solo.

Tuttavia quella che può tranquillamente definirsi come guerra impari permanente non è terminata e merita la nostra attenzione. Traccerò un excursus storico da una prospettiva insolita: quella delle donne. In particolare esaminerò il ruolo delle donne palestinesi in guerra dagli anni ’20 a oggi.

Gli accordi Sykes – Picot sanciscono definitivamente il controllo della Gran Bretagna sul territorio palestinese che nel 1920 si trasforma in mandato della Lega delle Nazioni. Il periodo inglese si caratterizza per l’indirect rule e il desiderio di mantenimento dello status quo nel quale vengono inquadrate anche le donne: l’istruzione che gli inglesi impongono ha come obiettivo quello di “civilizzare” la donna palestinese migliorandone le condizioni di vita ma trascurando la possibilità di trasformazione sociale. I temi con i quali si ritiene che le donne debbano familiarizzare sono pensati in funzione dei bisogni materiali degli uomini.

Dagli anni ’30 le donne delle classi medio-alte rivendicano un diverso tipo di istruzione: esse ne hanno bisogno perché uomini istruiti scelgono sempre più donne istruite, gli uomini hanno bisogno di sostegno economico a causa della prima guerra mondiale e della crisi del ’29, gli ebrei che iniziano ad arrivare nei territori palestinesi sono molto preparati e con questa preparazione si deve competere. Le donne entrano nelle università e iniziano a viaggiare ma pian piano ci si rende conto che la politica dell’istruzione inglese, basata perlopiù sulla trasmissione di norme di igiene e cura della famiglia e della casa per le donne delle classi basse e lingua e cultura inglese per quelle delle classi medio-alte, corrisponde a “deculturizzazione”. Gli insegnanti palestinesi quindi invitano gli studenti a prendere parte alla lotta nazionalista. Ed è proprio il desiderio di sollevazione nazionale a dare forma alle prime lotte delle donne palestinesi, caratterizzate da nonviolenza e impegno per la nazione e per gli uomini, per i mariti, per i figli (the mother’s generation). Manifestazioni contro il governo inglese e lettere mandate ai funzionari inglesi sono i principali mezzi di lotta contro l’ amministrazione coloniale britannica.

Anche il problema degli insediamenti ebraici si pone sempre più al centro dell’attenzione delle donne. A marzo del 1920 ventinove donne mandano una lettera all’amministratore del territorio palestinese in cui condannano espressamente la Dichiarazione Balfour secondo la quale gli ebrei avrebbero potuto creare un focolaio nazionale in Palestina. Fa seguito un viaggio a Londra con lo stesso obiettivo.

Si tratta insomma di lotte nazionaliste che vedono le donne legate a politiche di genere e asservite a ideologie maschiliste. Ma la risposta delle donne al colonialismo inglese e agli insediamenti ebraici è sottile e forte allo stesso tempo: esse si oppongono manipolando la tradizione, trasgredendola e allo stesso tempo invocandola. Esse utilizzano anche la simbologia e quindi il ruolo di madri che è stato loro assegnato dagli inglesi, in funzione anticoloniale spiegando che la maternità conferisce loro quella sensibilità che permette loro di mediare tra il governo coloniale e il movimento nazionale.

Ma la lotta delle donne palestinesi continua… (al prossimo mese). ☺

 

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