Le inutili prove invalsi
19 Settembre 2017
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Le inutili prove invalsi

Prossimi alla riapertura della scuola, fra le tante scottanti questioni in campo che torneranno ad agitare i nostri sonni di docenti disorientati e bistrattati, puntiamo oggi l’attenzione sulle prove Invalsi, lontane. Ma, proprio perché lontane, più adatte ad una riflessione calma, razionale, non affrettata ed emotiva così come sarebbe letta tra aprile e maggio. O a ridosso degli esami.

Famose o famigerate, le nostre prove Invalsi, introdotte dalla ministra Gelmini a partire dalla scuola primaria, non hanno mai smesso di suscitare polemiche. Pretendono infatti, come tutti i sistemi basati sul criterio della risposta esatta, di fotografare l’apprendimento degli alunni in un preciso momento e di comparare la fotografia ottenuta a una immagine corretta, standard. Se rispondi ‘x’ hai imparato; se rispondi ‘y’ no.

Ma nella scuola, con tutto ciò che oggi conosciamo (o dovremmo conoscere) sui meccanismi dell’apprendimento, si può? Può funzionare? Il problema è che, sulla base delle odierne teorie didattiche e pedagogiche, la conferma che un alunno conosca o non conosca un determinato contenuto in realtà non ci dice nulla rispetto al suo processo di apprendimento. L’apprendimento non funziona per tutti allo stesso modo, e non è nemmeno un percorso lineare.

Nell’imparare contano gli errori, le esperienze pregresse e quelle possibili, le riorganizzazioni, l’evolvere delle risorse personali che non sempre emergono subito. Come può una prova standardizzata valutare l’apprendimento nelle svariate condizioni che si presentano comunemente nella scuola italiana? Pensiamo ad uno dei casi diventati più comuni, quello ad esempio del bambino straniero che in seconda primaria presenta una competenza linguistica limitata rispetto all’italiano. Nessuna valutazione che si fondi sulla risposta esatta potrà mai intercettare i progressi, magari significativi, di alunni che non rientrano negli standard definiti a priori.

Prove del genere possono solo verificare uno status quo rispetto a un modello generico e generale, o rispetto al livello complessivo della classe, ma per la verifica dell’apprendimento effettivo individuale sono più importanti i progressi compiuti che non il risultato assoluto.

Questi sistemi valutativi concorrono a sviluppare sfiducia e disaffezione nei confronti del sistema scolastico e spesso creano negli alunni convinzioni disfunzionali (‘Io non capirò mai la matematica’ ‘L’ importante è il voto’) che, invece di stimolare la naturale predisposizione infantile a imparare, la frenano e mortificano. Sono sistemi che discriminano perché incapaci di riconoscere gli sforzi compiuti dall’alunno nel corso della frequenza scolastica. Nel cinquantesimo di Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana, non è esattamente di buon auspicio. Neanche la pretesa di poter fare una valutazione realistica e oggettiva del sistema scolastico nazionale appare legittima, anche perché succede che la faccenda Invalsi finisca all’italiana: insegnanti che aiutano gli alunni, intere classi che si assentano il giorno delle prove. Sotto gli occhi di chi scrive sono stati manomessi fascicoli e fascicoli di prove, in modo da falsare del tutto i risultati finali. È facile dare ai ragazzi indicazioni di questo tipo: se non conoscete la risposta, lasciate in bianco anziché crocettare comunque (così basta una crocetta giusta nel punto giusto, in fase di correzione, e il gioco è fatto). È roba da denuncia, è la scuola italiana che funziona così.

La scuola ha bisogno di un sistema di valutazione davvero fondato sulla conoscenza dei sistemi di funzionamento dell’apprendimento. Non possiamo più ignorarlo. Dobbiamo batterci perché si compia questo imprescindibile passo in avanti.

Prima di tutto, c’è l’errore. Evviva l’errore. La possibilità di sbagliare e quindi di procedere a una riorganizzazione delle proprie capacità è un elemento fondamentale di un apprendimento efficace e duraturo. Poi, ci sono la possibilità di fare esperienza diretta e concreta, di stimolare sorpresa e scoperte, di attivare domande dentro percorsi da fare in autonomia.

Viceversa le domande retoriche, che verificano la correttezza rispetto a uno standard, non consentono di osservare la ricchezza e le potenzialità di un processo unico e personale. Infine, va sostenuto il valore dell’imitazione (pen- siamo alle recenti scoperte dei neuroni specchio) e del gruppo come crogiolo, diciamo così, di interazioni contagiose e meravigliose, potenti. Servirebbe un sistema di valutazione in grado di raccogliere e giudicare i progressi evolutivi di ciascun alunno, capace di tener conto dei diversi punti di partenza e in grado di rapportarsi alle loro effettive potenzialità.

Servirebbero anche dei docenti che applicano tutto ciò nella pratica didattica quotidiana. Ci sono? Ci siamo?

Il pedagogista Daniele Novara chiama questo tipo di valutazione con il nome di “valutazione evolutiva” che, raccogliendo i punti di partenza degli alunni, sa con gradualità verificare i progressi personali nell’ apprendimento. Se l’Invalsi si dedicasse a un seria ricerca in questo campo e si sforzasse di individuare e proporre sistemi davvero innovativi potrebbe essere per la scuola italiana una vera risorsa, uno stimolo a far meglio e a progredire efficacemente nella prassi didattica e non un motivo di ulteriore polemica e sfiducia. O un calderone di sotterfugi all’italiana che tolgono dignità a chi li compie e a chi, come incauto, casuale osservatore, non sempre può denunciarli.☺

 

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