Le ragioni di una negazione
26 Gennaio 2018
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Le ragioni di una negazione

Perché due delle più influenti dottrine del ‘900 sono osteggiate ancora oggi, quando – a dire di molti – psicoanalisi e marxismo avrebbero concluso il proprio potenziale dirompente? Perché ancora oggi, nonostante la maggioranza dia per scontata la conclusione di un ciclo teorico e di prassi collegato a quelle due aree, sembra aumentare l’accanimento dei detrattori? Sembrerebbe trattarsi di una fallacia logica; in realtà, lì dove esiste una apparente contraddizione logica, si nasconde una dimensione ideologica.

Chi vorrebbe chiudere definitivamente con Freud e Marx utilizza temi e solleva questioni specifiche, che non potrò sviscerare in questo articolo, per ovvi motivi di spazio. D’altra parte, si può tracciare un temporaneo disegno di tale meccanismo citando le due grandi operazioni di decostruzione operate sulle teorie di cui discuto. Negazione dell’Inconscio e inesistenza delle Classi (o fine della lotta di classe). La teoria della fine della Storia è uno dei contenitori all’interno dei quali ha preso vita e ha proliferato l’atteggiamento di ostruzione e di censura verso le voci dissidenti che continuano ad utilizzare le lenti della psicoanalisi e del marxismo in ambito clinico e politico. Ovviamente, non parlo della fusione delle due “correnti” di pensiero, che ha spesso dato vita a cortocircuiti filosofici e di critica sociale, ma della vita autonoma di ciascuna delle due nel panorama culturale attuale.

Come detto, esiste una negazione del discorso dell’Inconscio; da più parti questo viene bollato come uno strascico magico-esoterico, una suggestione anti-scientifica, un esercizio ermeneutico autoreferenziale. Ciò avviene in particolar modo a partire da posizioni intransigenti che muovono da presupposti filosofici, di senso comune e ideologici ben precisi. In definitiva, si parla di una considerazione della soggettività umana molto precisa, che discende dal riduzionismo comportamentista, per divenire oggi pastorale educativa. L’uomo è la serie di atteggiamenti osservabili, al limite anche l’insieme delle rappresentazioni di grado più elevato che motivano il comportamento stesso; le eventuali disfunzioni possono essere riorganizzate attraverso un apprendimento che rivede gli errori di sistema e configura una più decisa adesione al modello sociale e culturale dominante.

La psicoanalisi porta con sé, ancora oggi e nonostante tanti errori, la peste di cui parlavano due dei padri della disciplina cento anni fa: la potenza del messaggio che il soggetto è animato da una scissione, da una differenza che non appiattisce l’uomo sul proprio comportamento o sul proprio Io. È il discorso dell’Inconscio, che “parla” l’individuo, che lo agisce e lo divide, segnando la profonda impossibilità dell’essere umano a padroneggiare se stesso, ad essere “padrone in casa propria”. La ricaduta pratica in ambito terapeutico è chiara: chi lavora supponendo la presenza dell’ Inconscio deve farsi carico di una quota di angoscia inestinguibile, derivante dal fatto di essere egli stesso portatore di un inconscio, e di non avere prefabbricate risposte che possano saturare il campo dell’Altro, che possano risolvere definitivamente le questioni che i nostri pazienti ci pongono quotidianamente.

Dall’altra parte, il marxismo è ancora oggi accusato di aver dato vita al socialismo reale cruento, o a progetti politici marginali; vero è che quanto sopravvive di questi regimi non rappresenta neanche lontanamente una alternativa possibile all’egemonia liberal-capitalistica che orienta le politiche globali. Data tanta marginalità, l’opposizione e la lotta contro il comunismo risulta essere un sintomo, qualcosa cioè che non si spiega se non attingendo a meccanismi profondi, non immediatamente evidenti. Si tratta, in definitiva, di mettere in luce la trama ideologica che sottende tali attacchi, e tutte le retoriche dell’ anticomunismo che ancora oggi muovono l’elettorato occidentale e fanno parte del patrimonio delle destre, anche quelle più liberali (per non parlare degli ex comunisti, che con un colpo di mano cancellano la propria militanza passata e si rifanno una verginità: in questo caso credo si debba affrontare la questione utilizzando categorie tratte dalla clinica psicoanalitica!).

Cosa spaventa tanto da rigettare il marxismo e il comunismo a cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre? Certamente, non i rischi di una nuova rivoluzione rossa! Dovremmo piuttosto notare quanto ci si difenda dal reale rischio dell’assunzione delle idee del marxismo: queste, prese per come sono, rappresentano ancora oggi una fonte di critica sociale, fornendo strumenti per la decostruzione della cultura e della politica liberista. Il concetto di lotta di classe è una istanza teorico-pratica che facilmente permetteva quelle forme di identificazione necessarie all’apertura di un fronte di lotta sociale e di rivendicazioni politiche, tanto temute dalle classi dirigenti. Sembra facile comprendere, allora, il motivo per cui con tanto accanimento si tenti ancora oggi di smontare proprio questo concetto: “le classi non esistono più, siamo tutti dentro una classe media”, si sente spesso dire. La realtà, quella oggettiva, racconta invece di un impoverimento generalizzato di quella stessa classe media, di una proletarizzazione materiale, alla quale non corrisponde un identico movimento di coscienza. È questo il punto in cui interviene l’attacco al marxismo: se non ci sono classi, non c’è coscienza di classe. Il proletariato – oggettivamente tale – non può assimilare se stesso alla propria appartenenza, mancando ormai lo strumento teorico e pratico che potrebbe favorire tale identificazione.

Psicoanalisi e marxismo sono ancora oggi spettri che conducono con sé una carica potenzialmente rivoluzionaria: la prima ci aiuta a comprendere qualcosa in più sulla natura tutta speciale dell’essere umano, e a difenderci dalle ridicole riduzioni statistiche e biologiste che alcuni presunti democratici vorrebbero calare dall’alto dei propri ruoli dirigenziali; il marxismo insiste – bussando alle nostre coscienze – svelando la bufala ideologica della scalata sociale a cui tutti dovremmo aspirare, mostrando quanto il proletariato esista ancora, essendo sempre più povero e sempre meno consapevole della propria deriva.☺

 

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