Le rivoluzioni industriali
11 Febbraio 2019
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Le rivoluzioni industriali

Disoccupazione, lavoro precario, flessibilità, posto fisso, sono solo alcuni termini che quotidianamente costituiscono oggetto di discussione, prese di posizione, rivalità, forme di razzismo.

Con l’obiettivo di fornire elementi oggettivi per una maggiore comprensione del problema lavoro, nella sua accezione più generale, ritengo utile ripercorrere le fasi salienti che hanno generato e trasformato questa fondamentale attività umana.

Per circa 10.000 anni, l’uomo ha fatto l’agricoltore, poi, in meno di 300 anni, si sono avuti quei cambiamenti epocali che hanno modificato in modo irreversibile, per ben quattro volte, il nostro modo di vivere, di rapportarci al mondo, il “lavoro”.

La borghesia, che aveva occupato posti di potere, soprattutto in Inghilterra, sul finire del 1400, al fine di incrementare le proprie ricchezze e il proprio potere, riversò i propri capitali, accumulati con il commercio, prima nell’agricoltura e poi nell’industria, dando origine a quelle radicali trasformazioni socio-economiche i cui effetti si sono trasmessi fino ai giorni nostri.

In agricoltura, appropriandosi delle terre che i contadini sfruttavano collettivamente secondo antiche tradizioni medioevali, questi borghesi imprenditori, oltre ad ampliare le loro proprietà, hanno introdotto quella che fu definita una “agricoltura capitalistica”, cioè l’uso di macchine agricole e una coltivazione razionale. I piccoli proprietari, impossibilitati a reggere la concorrenza, finirono per diventare “braccianti” cioè lavoratori salariati.

Un simile processo avvenne anche nel campo della manifattura. Il rinnovamento tecnologico (introduzione della “macchina a vapore” inventata da J. Watt nel 1769; il “telaio meccanico” di E. Cartwright, ecc.) impose una diversa organizzazione del lavoro soprattutto nel settore tessile e siderurgico, dando origine a quella che viene denominata “prima rivoluzione industriale”.

“Queste macchine, che erano molto costose e quindi potevano essere acquistate solo da grandi capitalisti, trasformarono tutto il modo di produzione esistente e soppiantarono i lavoratori che c’erano stati fino ad allora, giacché le macchine fornivano le merci a più basso prezzo e migliori di quanto potessero produrle i lavoratori con i loro filatoi e telai imperfetti. Così quelle macchine diedero l’industria completamente in mano ai grandi capitalisti e tolsero ogni valore alla poca proprietà degli operai (strumenti da lavoro, telai ecc.), cosicché i capitalisti ebbero ben presto tutto nelle loro mani, e ai lavoratori non rimase nulla. (…) Il lavoro venne diviso sempre più fra i singoli operai, cosicché il singolo operaio, che prima aveva fatto tutto un pezzo di lavoro, ora faceva solo una parte di questo pezzo. (…) In questo modo tutte quelle branche dell’industria caddero, una dopo l’altra, sotto il dominio della forza-vapore, delle macchine e del sistema della fabbrica, proprio come la filatura e la tessitura. Con questo però caddero allo stesso tempo completamente nelle mani dei grandi capitalisti, e anche qui venne sottratto ai lavoratori l’ultimo avanzo di autonomia”, questo scriveva F. Engels nel 1847.

A questa rivoluzione industriale, che provocò complessivamente un impressionante aumento della ricchezza, a favore delle classi alte, soprattutto della borghesia capitalistica, che impose ritmi e condizioni di lavoro pessime e in ambienti malsani (in Italia l’orario di lavoro di otto ore fu raggiunto solo nel 1919), ne sono seguite altre tre.

La “seconda rivoluzione industriale”, che viene fatta convenzionalmente partire dal 1870, deve il suo affermarsi alle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche: i progressi della chimica, dell’elettricità e il superamento della macchina a vapore con la realizzazione del “motore a combustione interna”. Si affermò sempre di più un sistema industriale con grandi fabbriche e un’organizzazione del lavoro sempre più efficiente, segnata da una rigida disciplina, da precise gerarchie di funzioni e di poteri. Si formarono su scala nazionale e internazionale alleanze (multinazionali) e combinazioni tra settori produttivi al fine di ottenere maggiori guadagni e controllare o addirittura dominare il mercato. Le banche strinsero legami organici con l’industria e si cominciò a parlare di capitalismo finanziario.

Ma, “come già si era verificato nella prima rivoluzione industriale, nella seconda le industrie non sono in grado di assorbire tutti coloro che cercano lavoro: infatti, mentre l’industria fa una spietata concorrenza agli artigiani, gettandone molti sul lastrico, nelle campagne le nuove tecniche di coltivazione lasciano molti senza lavoro, perciò una massa di disoccupati emigra verso la città e verso altri continenti”.

Ancora una volta, i progressi scientifici e tecnologici (energia nucleare, materiali artificiali, elettronica, biochimica) irrompono in uno status quo determinando la nascita e lo sviluppo di nuove industrie, tra le quali quella informatica. Mentre le vecchie industrie sono obbligate a un processo di reinvenzione e delocalizzazione, tali processi pretendono maggiore flessibilità, aumento della disoccupazione. La vendita al minuto via Internet sostituisce quella tradizionale. I telefoni cellulari sostituiscono i telefoni fissi. Si mettono al mondo piante e animali geneticamente modificati ecc.

Tali effetti dovuti alla introduzione nell’industria dell’elettronica, delle telecomunicazioni, delle biotecnologie e dell’informatica rappresentano ciò che viene designata come “terza rivoluzione industriale” e viene fatta partire nel 1948, anno in cui ci fu l’invenzione del transistor.

Oggi si parla di “quarta rivoluzione industriale”. I cambiamenti entro cui ci muoviamo, protagonisti o meno, hanno una portata epocale, sono strutturali e irreversibili. La si fa partire dal 2011, quando in occasione della fiera di Hannover furono discussi temi quali l’automazione industriale, le tecnologie energetiche, le tecniche dei fluidi e della propulsione, le forniture industriali e le prestazioni di servizi come tecnologie del futuro. In altre parole, nella logica del profitto, furono individuate le strategie per “aumentare la competitività delle industrie manufatturiere, attraverso la crescente integrazione di “sistemi cyber-fisici” (cyber-physical systems o CPS), nei processi industriali”.

Il governo tedesco dal 2013 ha messo in atto quanto progettato e discusso alla fiera di Hannover con la volontà di modernizzare il sistema produttivo della nazione e riportare la manifattura tedesca ai vertici mondiali rendendola competitiva a livello globale. I risultati ottenuti dalla Germania a livello produttivo hanno portato molti altri paesi, tra cui anche l’Italia, a perseguire questa politica. Ci sono studi autorevoli che hanno esaminato gli impatti che la robotizzazione e lo sviluppo delle intelligenze artificiali potrebbero avere sul mercato del lavoro. I dati sono impressionanti. The Future of Jobs pubblicato nel 2016 dal World Economic Forum, stima il numero di posti di lavoro persi dal 2015 al 2020 in tredici dei paesi più industrializzati del mondo (tra cui l’Italia) in 5,1 milioni. Uno studio della società di consulenza PwC, con sedi anche in Italia, ha stimato che nei prossimi 15 anni i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero sostituire le persone nel 30% dei posti di lavoro nel Regno Unito. 2,25 milioni di posti di lavoro nel settore delle vendite all’ingrosso e al dettaglio sono a rischio; nel settore manifatturiero sono 1,2 milioni; 1,1 milioni nel settore amministrativo e 950 mila in quello dei trasporti. I settori meno a rischio sono quelli dell’istruzione e della cura delle persone, assistenza agli anziani compresa. Bill Gates, il socialista francese Benoît Hamon, l’economista premio Nobel Robert Schiller, hanno proposto di creare un reddito minimo di cittadinanza per far fronte alle future perdite di lavoro e l’introduzione di una tassa sui robot per fare fronte agli enormi cambiamenti nel mercato del lavoro che avverranno nei prossimi decenni.

L’adorazione del dio denaro impone queste strade. Siamo capaci di immaginare e perseguire uno sviluppo socioeconomico diverso☺

 

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