Le scritture aggiunte
22 Giugno 2018
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Le scritture aggiunte

Il Nuovo Testamento non è l’unico gruppo di scritti tramandatici dalle prime generazioni cristiane. Fin dall’antichità erano conosciute opere che per un certo tempo erano state persino considerate Sacre Scritture; anzi, ancora nel IV e V secolo due codici (libri manoscritti) della bibbia contenevano alcuni di questi scritti: il Codice Sinaitico (IV secolo), ritrovato a metà dell’800, ad esempio, contiene subito dopo il Nuovo Testamento la lettera di Barnaba e il Pastore di Erma, mentre il Codice Alessandrino (V secolo), donato nei primi anni del ’600 al re d’Inghilterra da un patriarca di Costantinopoli, contiene in appendice le due lettere di Clemente.

I libri appena citati, sparsi come altri in diversi manoscritti, sono stati raccolti per una edizione a stampa nel 1672 e sono stati denominati Padri Apostolici: scritti che hanno dato inizio alla letteratura dei padri della chiesa ma abbastanza antichi da essere contemporanei o immediatamente successivi al nostro Nuovo Testamento. In questa prima edizione furono inseriti i seguenti scritti: la lettera di Barnaba, le due lettere di Clemente, il Pastore di Erma, le sette lettere di Ignazio di Antiochia, la lettera di Policarpo di Smirne. In una edizione successiva furono aggiunti i frammenti delle opere di Papia di Gerapoli e la lettera a Diogneto. L’ultimo testo aggiunto, scoperto solo nel 1873, è forse quello più antico, la Didaché o “dottrina dei dodici apostoli”. Quest’opera era conosciuta e citata spesso nell’antichità: s. Atanasio l’aveva addirittura messa nel suo elenco di libri da leggere insieme con le Scritture Sacre (accanto al Pastore di Erma). Tutti insieme questi libri costituiscono un vero e proprio “canone di scritture aggiunte”, una fonte imprescindibile per conoscere il cristianesimo nascente che, facendosi strada tra i diversi movimenti eretici, è diventato quel cristianesimo a cui tutte le confessioni cristiane attuali si ricollegano.

L’ultimo arrivato nel gruppo, la Didaché, come una vera Cenerentola della favola omonima, è diventato il primo per importanza, in quanto presenta in presa diretta una comunità della Siria, all’interno della quale fu scritto poco prima il vangelo di Matteo con cui ha molte somiglianze, tanto da esser considerata da qualche studioso il manuale di riferimento per la vita cristiana di quella comunità. In quest’opera infatti troviamo il “Padre Nostro” e molti altri insegnamenti di Gesù presenti in Matteo. Quando la Didaché fu scoperta anche lo scrittore russo Tolstoj fu molto entusiasta in quanto vedeva in questo testo riflessa l’immagine della vita cristiana, semplice e praticabile da tutti, a cui anche lui aspirava.

Cosa contiene questo testo? Esso non ha parentele con gli scritti del Nuovo Testamento, per ciò che riguarda il genere letterario, ma solo per alcuni contenuti. Il libro non è molto lungo, appena 16 capitoli: si può considerare un manuale di comportamento morale (1-6) con l’aggiunta di alcune regole liturgiche (7-10), alcune norme di vita ecclesiale (11-15) e un discorso escatologico conclusivo (16). Al di là delle considerazioni di storia liturgica ed ecclesiastica, sono proprio i primi capitoli a colpire per la freschezza di un insegnamento che riecheggia quello stesso che Gesù ha donato ai suoi uditori e ha poi affidato agli apostoli per la loro missione.

Il testo parla di due vie: quella della vita, illustrata attraverso gli insegnamenti dei primi 4 capitoli, e quella della morte di cui parla nel capitolo 5. All’inizio sentiamo quasi la viva voce di Gesù: “Questa dunque è la via della vita: in primo luogo ama Dio che ti ha creato e poi il prossimo, come te stesso; tutto quanto vuoi che non sia fatto a te tu non farlo ad un altro” (1,2); ancora: “Sii longanime, misericordioso, alieno dal male, pacifico, buono e custodisci con timore tutte le parole che hai ascoltato” (3,8); infine: “Non provocare divisioni, ma porta pace tra coloro che si fanno guerra … non respingere chi ha bisogno, ma metti tutto in comune con il fratello, senza dichiarare tuo nulla; se infatti condividete ciò che è immortale, quanto più le cose che periscono?” (4,3.8).

Vediamo un assaggio anche della “via della morte”: “Lontani dalla mitezza e dalla pazienza, amanti delle cose vane, sempre alla ricerca di ricompense, privi di misericordia per il povero, spietati con l’oppresso, perché non riconoscono colui che li ha creati … difensori dei ricchi, giudici ingiusti dei poveri” (5,2). Certo, se questo testo fosse entrato nella bibbia sapremmo ancora più chiaramente cosa significa esser seguaci di Gesù, senza far passare per difesa della fede il disprezzo di chi è diverso e più debole di noi. La provvidenza di Dio, tuttavia, ha permesso forse di ritrovare questo libro nel tempo in cui c’era maggiore bisogno: conoscere oggi con più particolari il pensiero originale dei cristiani, infatti, ci mette in guardia dall’usare l’identità cristiana per difendere i nostri privilegi.☺

 

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