Leggere e scrivere dietro le mura
16 Ottobre 2021
laFonteTV (2112 articles)
0 comments
Share

Leggere e scrivere dietro le mura

Continuiamo a viaggiare virtualmente tra quella che è la realtà dietro le mura. Oggi tutti utilizzano internet e scrivono mail, ma ancora adesso noi utilizziamo “carta e penna”. Tutto deve passare per una formale richiesta scritta, meglio nota come “domandina”: un pezzo di carta sul quale viene scritto quello che si vorrebbe, quello di cui si ha necessità. Molto spesso le nostre richieste sono legate al possesso di qualche cosa, al permesso di compiere una determinata azione, quindi il registro è formale, distaccato, poco autentico.

Le cose cambiano notevolmente quando comunichiamo con i nostri cari. Le lettere riescono a mantenere un sottile filo di comunicazione tra il dentro e il fuori, tra un genitore e il proprio figlio, tra un marito ed una moglie: questo tipo di scrittura è densa di sentimenti, emozioni, messaggi importanti. I nostri pensieri e le nostre inquietudini vengono prima meditati, poi organizzati sul foglio, così da poter essere letti e ripensati. Nel momento in cui ci troviamo davanti ad un foglio bianco c’è la possibilità di riprendere in mano i propri pensieri, di guardare la propria vita o le proprie domande dal di fuori. Rileggiamo quelle righe e accettiamo la nostra storia, cercando di fare ordine in essa, per poterla poi fare accettare anche agli altri. Per fare questo bisogna possedere una buona dose di coraggio, perché spesso le cose che si scrivono non sono poesie d’amore o storie inventate, ma è la vita vera, con i suoi errori e le sue sfortune, quella che ha condotto fino alla perdita della libertà, degli affetti, della speranza di un cambiamento.

Prima che la penna inizi a scrivere sul foglio, è necessario un incontro importante: l’incontro con il libro. Leggendo possiamo incontrare. in modo diretto e affascinante, uomini e donne alle prese con la vita, con i propri limiti, con la condizione umana. È molto interessante poter mettere a confronto la nostra condizione con quella dei personaggi di carta che ci affascinano e di cui seguiamo le avventure. Significa accedere ai misteri dell’esistenza, alle domande cruciali della vita che ogni giorno affollano la nostra mente… Le pagine stampate possono essere delle preziose lenti per osservare meglio la nostra situazione; nelle vite e nei racconti che si leggono si possono rintracciare nuovi modi di pensare i propri limiti e le difficoltà che la vita pone davanti. Il carcere blocca il movimento, lo scorrere della vita quotidiana, immobilizza anche il pensiero, mentre i libri aiutano a pensare che le cose si muovono, che la vita riserva cambiamenti e svariate possibilità.

Quando eravamo “fuori”, la nostra vita spesso era dominata dal caos, mentre nel libro è necessario ordine e distacco. In questo modo possiamo cominciare a fare ordine… Quando proviamo a raccontarci, le ferite non vengono cancellate ma abbiamo la possibilità di rielaborarle. Raccontarsi genera consapevolezza delle proprie esperienze e della propria identità. La scrittura può così sconfiggere i limiti e le chiusure che il carcere impone, permettendo ad ognuno di noi di ripensare alla propria identità senza cristallizzarsi nel ruolo di criminale ma tornando ad avere stima di sé e fiducia nel futuro.

Qualunque sia l’argomento o lo scopo che lega le parole tra loro sul foglio, la dimensione del ricordo è fondamentale quando si inizia a scrivere. Anche se si tratta di riflessioni sul presente o di divagazioni sul futuro, il pensiero parte sempre da ciò che siamo stati e dalle esperienze che ci hanno condotto fino al punto in cui siamo. I frammenti della nostra vita sono sparsi, disorganizzati, e ricomporli spesso porta in superficie tutto il dolore e la fragilità che abita in ognuno di noi… Abbiamo la possibilità di guardare in modo diretto la nostra vita, di osservarla e di capire quale seguito potrà esserci, quale significato può assumere il passato, quali sono stati i nostri sbagli e le nostre vittorie. Ricordando, la nostra mente esce dai percorsi della quotidianità carceraria e si può mettere in atto un processo di rinascita. Quando le cose che rimangono intrappolate dentro, specialmente quelle dolorose e logoranti, imbruttiscono gli animi, fanno stare male. Diventano dei veri e propri scogli, che giorno dopo giorno impediscono di andare avanti. Vorremmo gridare quanto ci manca chi amiamo, le sole persone che possono curare le ferite, ma rimaniamo muti con la nostra sofferenza. La forza pedagogica del raccontare sta proprio in questo voler comunicare il proprio vissuto, ricomponendolo pezzo dopo pezzo, e mostrandolo agli altri; i destinatari di tale narrazione sono così non solo le altre persone ma anche noi stessi, in un gioco di estraniazione che aiuta a trovare un senso al proprio racconto di vita.

Prima di giudicare una persona bisognerebbe ascoltare la storia della sua vita, solo così si potrebbe riuscire a capire perché si trova in carcere (Vincenzo).☺

 

laFonteTV

laFonteTV