L’epidemia della parola
11 Giugno 2021
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L’epidemia della parola

“Alle volte mi sembra che un’ epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, l’uso della parola”. Così Italo Calvino si esprime in Lezioni americane, denunciando “una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare le espressioni sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”. Fa impressione e quasi infastidisce, in tempi di emergenza sanitaria planetaria, sentir parlare anche di pandemia della parola.

C’è da dire, però, che quella di Calvino non è una preoccupazione né bislacca né solitaria. Il primo uomo, Adamo, fu capace, su invito di Dio, di dare un nome alle creature perché, guardandole, riconosceva in esse la loro essenza. Da questa consonanza tra la natura delle cose e la capacità interiore di coglierla, nasce armoniosa la parola originaria. Così la descrive Paul Auster nella Città di vetro: “Nel paradiso terrestre il solo compito di Adamo era stato inventare il linguaggio, dare il proprio nome a ogni oggetto e creatura. In tale condizione di innocenza, la lingua era penetrata direttamente nel vivo del mondo. Le parole non si erano semplicemente applicate alle cose che vedeva: ne avevano svelato le essenze, le avevano letteralmente vivificate. La cosa e il nome erano intercambiabili”. Invece, dopo la caduta – prosegue lo scrittore, regista e attore statunitense – questo rapporto non funziona più: “I nomi cominciano a staccarsi dalle cose e le parole degenerano in un ammasso di segni arbitrari”. Così la storia del Giardino ricorda non solo la caduta dell’uomo, ma anche quella del linguaggio.

Che stiamo vivendo tutt’oggi in pieno regime di “caduta del linguaggio” è palese e denunciato da più parti. Il desolante stato di salute delle nostre parole stanche e asfittiche, la loro “disintegrazione” – per dirla con Levinas – e la loro “manomissione” – secondo l’espressione coniata da Gianrico Carofiglio – è un fenomeno che attraversa tutta la storia umana. Tucidide, ad esempio, ne La guerra del Peloponneso, pone il problema – dalle chiare implicazioni morali – della partigianeria in campo storiografico, denunciando come spesso la guerra possa cambiare la consueta accezione delle parole in relazione ai fatti. Sallustio, poi, nel discorso di Catone il Censore, dimostra come l’allontanarsi delle parole dalle cose sia indice di un momento di crisi. E riflessioni simili, nelle parole di Socrate a Critone, si possono leggere nel Fedone di Platone. In anni più recenti, il poeta greco Ghiannis Ritsos ha affermato che le parole sono come “vecchie prostitute che tutti usano male: al poeta tocca restituire loro la verginità”.

“L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze del sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”. Inizia con questa suggestiva descrizione un brevissimo racconto di Franz Kafka sul fallimento delle parole. Narra di un imperatore che sul letto di morte consegna a un messaggero un importante messaggio da portare a uno dei suoi sudditi. Nonostante la prestanza fisica e la capacità indubbia del messaggero, quel messaggio non arriverà mai a destinazione. Troppi gli ostacoli – sia dentro che fuori la residenza imperiale – da dover superare: la folla numerosa, le pareti di una dimora dentro l’altra, le stanze senza fine, le porte, i cortili… E finalmente, una volta fuori, oltrepassata l’ultima porta, ecco la città coi suoi rifiuti e la sua sporcizia: “Nessuno riesce a passare di lì e tantomeno col messaggio di un morto” osserva con drammatico realismo Kafka. Un realismo che però non impedisce di aprirsi alla speranza dell’ attesa, con la chiusa del racconto che, rivolgendosi in prima persona al destinatario del messaggio e – con un riuscito espediente letterario – al lettore del racconto, risulta così straordinariamente coinvolgente: “Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”.

Non è facile predire il giorno – ma quel giorno verrà – in cui il messaggio arriverà a destinazione: il giorno in cui, cioè, le parole riprenderanno a dire ciò che significano, senza annullare la loro naturale e affascinante polisemia. Ma ciò da cui non possiamo sottrarci è l’attesa vigile, creativa e dunque responsabile di quel giorno.

“Non m’interessa qui – concludeva Calvino in quella conferenza con cui abbiamo aperto – chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”.

E allora che siano i libri la finestra da cui affacciarci guardando, speranzosi, a quel giorno!☺

 

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