L’esilio
5 Ottobre 2015
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L’esilio

La nostra generazione, per intenderci quella della mia età che ha partecipato attivamente alla contestazione giovanile del ’68, è una generazione, a nostro modo di vedere, di sconfitti, di soggetti, individuali e collettivi, che hanno dovuto constatare sulla propria pelle un irrimediabile, almeno fino a questo momento, annientamento politico, ma spesso anche culturale, che ha coinvolto in moltissimi casi persino le sfere della propria soggettività, con danni, anche in questo caso, gravi e rilevanti. La nostra generazione è stata mandata in esilio dalla vittoria schiacciante del neo-liberismo e del capitalismo globalizzato. Dunque, essa conosce e vive il confino; stare al confino vuol dire essere fuori da una comunità, dove la parte più compatta e forte di società – banche, consorzi, casta politica, ecc. -, esplica e attua la sua leadership anche in maniera grossolana e furbesca, come tutti potrebbero verificare, se volgessimo il nostro sguardo alla sede del governo nazionale, Palazzo Chigi, dove su quegli scanni siede un furbetto e un ciarliero che è stato posto lì per vendere “fischi per fiaschi”.

Noi che questi disastri non li digeriamo, veniamo emarginati e di conseguenza veniamo indicati come incalliti sognatori, come individui che la realtà non solo non la conoscono ma, proprio per questo, la immaginano che si muova sempre e solo sulle sfere dell’iperuranio. Questo è vivere l’esilio. Di qui, se si ha la capacità di parlare della quotidianità e delle strategie che potrebbero migliorarla per il cosiddetto “bene comune”, allora siamo presi per cattivi interpreti della società e della storia, siamo considerati ostinati critici di tutta quella filosofia edonistica – emanazione del neoliberismo globalizzato – che l’attuale corso della storia ha imbastito per la società postmoderna di tutto il mondo (il nostro pensiero va anche al Ttip).

Considerati, dunque, antagonisti incalliti veniamo privati nei fatti della libertà di parola e di opinione, come è arguibile, tra l’altro, dalle vicende della politica nazionale (le riforme istituzionali che interessano al ceto dominante eco-finanziario-bancario il cui obiettivo è la dissoluzione della Carta Costituzionale per imporre un regime oligo-plutocratico) e di quella regionale, dove un architetto imprenditore vorrebbe applicare il codice dell’imprenditoria alla politica, richiamandosi, anche se non lo dice, al dettato berlusconiano che tanti disastri ha provocato all’economia e alla democrazia del nostro paese. La mente va alla battaglia sull’acqua non merce ma “bene comune”, che appartiene a tutta la comunità nazionale. L’esilio, dunque, si coniuga e si accompagna alla impossibilità di avere la libertà di parola. Il figlio/fratello di Edipo, Polinice, sosteneva che la “disgrazia” dell’esilio fosse quella di non avere la libertà di parola (la “parresìa”, piena facoltà di parola). E Giocasta, la madre/nonna, di Eteocle e Polinice, aggiunge che è dna del servo non poter esprimere il proprio pensiero. Dunque, chi non può (o non vuole!) liberamente esprimere la propria opinione è un “servo”, che, per l’appunto, non dice mai ciò che pensa effettivamente. Di qui, deriva che per gli intellettuali e gli scrittori dell’antica Grecia chi non diceva la verità, chi non esprimeva compiutamente le proprie opinioni era un servo, uno schiavo.

A questo punto cerchiamo di applicare questo codice interpretativo alla nostra età. Oggi, ma da decenni ormai, parliamo di colpevole complicità della massa grigia rispetto alle politiche ufficiali dell’ establishement al potere. Questa massa grigia specificatamente è “chi non sente né vede”, “chi non vuole compromettersi con il potere”; dunque, chi è parte della “massa grigia” è un servo, uno schiavo complice e responsabile, lui stesso, della propria emarginazione, del proprio personale esilio. Per Euripide la disinvoltura, verbale e ideologica, ossia la libera espressione del proprio pensiero, appartiene propriamente all’aristocrazia al potere, mentre con la democrazia questo atteggiamento, questa forma mentale, questo modo di essere e di esprimersi si perde completamente.

L’espressione compiuta dell’uomo che è in esilio, che vive la propria quotidianità e la propria storia, complessa, incoerente ed ambigua, tra contraddizioni evidenti, si concreta in un personaggio omerico la cui grandezza e la cui fama vanno molto al di là di quanto di lui in questa sede viene scritto. Parliamo di Ulisse, l’astuto Ulisse, l’eroe che inventa la parabola del cavallo di Troia, per il quale tutto quanto di lui si dice criticamente, anche in questa sede, si colloca su un piano che non scalfisce minimamente né la sua fama né la sua figura di uomo e di eroe. Odisseo non ha conosciuto né la disinvoltura dell’etica aristocratica né la libertà di parola (la piena facoltà di parola, la parresìa), tipica dei regimi di democrazia popolare, perché la sua astuzia glielo ha sempre impedito. Infatti, Ulisse si nega(va) la franchezza del guerriero, in quanto a Itaca simula(va) la pazzia per non partire per la guerra troiana; ma si nega(va) anche la libertà di parola (la parrresìa), quando assume(va) il ruolo di mendicante errante, che può essere offeso e scacciato da qualsiasi servo. Ora in questo atteggiamento di Ulisse noi vediamo colui che ha molto viaggiato, conosciuto e sofferto; colui che per sopravvivere a se stesso e alle avverse situazioni della vita si è dato una linea di comportamento che gli ha procurato il perenne ricordo presso le generazioni e i secoli a lui successivi. Tuttavia, tutto questo non ci impedisce di collocare Ulisse nell’ambito di quella sfera di individui che hanno dato corpo da sempre ad una parte ampia di società che Primo Levi ha definito “massa grigia”, che con il proprio atteggiamento disinvoltamente ambiguo ha dato consistenza ai soprusi, alle violenze, alle sopraffazioni nel corso della storia degli ultimi secoli.☺

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