L’estatico barocco
14 Gennaio 2021
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L’estatico barocco

La famiglia Altieri nel 1671 commissiona a Gian Lorenzo Bernini, settantenne, l’opera che diviene una delle creazioni più alte, l’Estasi della Beata Ludovica Albertoni. Ludovica fu mistica e terziaria francescana, vissuta a Roma tra il ‘400 e il ‘500, beatificata nel 1671, tre anni prima della realizzazione dell’ opera.

L’esperienza mistica

I rapimenti estatici ne fecero un caso di eccezionale ed elevatissima spiritualità e il Bernini nella raffigurazione seppe “imprigionare” nel marmo l’indicibilità dell’unione divina, piegandolo con sforzo titanico. L’esperienza mistica fonda il proprio senso essenzialmente nella ricerca del principio che sfugge all’ascolto della parola, sfugge dal limitato, dal finito. Bisogna scostarsi dalla parola e tuffarsi nell’abisso. Il rapimento mistico coincide con la visione esperienziale di tale fondamento che non può essere imbrigliato nelle parole di un discorso. Che si chiami Dio, Nulla, Nirvana, Quiete non importa, perché tale rapimento non è dicibile. È attimo di mistica-contemplazione, con il conseguente svuotamento di personalità: l’individuo viene a perdersi nella luce ove a regnare è l’Infinito.

Bernini ha l’ardire di superare la dimensione dell’ineffabile incidendolo nella pietra. Come nella Cappella Cornero mette in scena, nell’Estasi di santa Teresa, le tecniche di scenografie teatrali così mette in atto soluzioni inaspettate nella cappella Altieri. Sullo fondo pone la tela di sant’Anna, la Vergine e il Bambino, opera del Baciccio, al di sotto pone la sua opera. Inclina astutamente le due pareti verso la scultura esaltando l’illusione prospettica.

L’opera, la luce, il contrasto

Come nell’Estasi di santa Teresa, Gian Lorenzo fissa la finestra nascosta, il fascio di luce scende dall’alto sull’opera creando suggestione, morbidezza; luce e ombra creano sul marmo effetti evanescenti, fluttuanti. Nel collocare la beata Ludovica, la luce filtra dalla sinistra, dietro la parete che va a stringersi: così la rappresentazione viene misteriosamente illuminata da una luce naturale tanto da far risplendere il biancore del marmo. Le nove teste di Angeli, sospesi nel vuoto, sono, sulla scena, testimoni rapiti dallo spettacolo.

La Beata è colta nell’attimo in cui è attraversata dall’estasi, stesa su un letto ricamato nel marmo e poggiato su un blocco di diaspro lavorato a drappeggio, che l’artista colloca sull’altare della cappella. È l’atto in cui la Beata è pervasa dalla Luce divina, in preda all’“orgasmo divino”. La critica del tempo, per tale rappresentazione ardita, rimase perplessa: “la Beata era troppo sensuale e poteva indurre lo spettatore a pensieri osceni”. Per Bernini questo era il momento in cui l’estasi si univa alla morte, da intendersi come salto verso Dio.

Le mani affondano tra il panneggio, il corpo s’inarca ansimante, contorto e leggero nell’estasi del piacere mistico. Le labbra, le palpebre socchiuse, il volto transumanato, tutto imprime nella pietra la fusione tra l’umano e il divino, abbraccio fatto di silenzio.☺

 

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