Liberaidee: interviste
11 Gennaio 2019
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Liberaidee: interviste

Ci siamo soffermati sull’ultimo numero de la fonte sull’aspetto quantitativo (il questionario) della ricerca che Libera contro le mafie ha condotto sia in campo nazionale che in quello regionale. Ora ci soffermiamo a fare qualche valutazione sulla parte qualitativa dell’inchiesta, ossia sulle interviste fatte a 10 associazioni regionali di categoria, il cui elenco è già noto, per averlo indicato negli interventi precedenti. Il punto sul quale Libera ha chiesto una riflessione è stato quello relativo alla percezione che hanno le categorie professionali della corruzione, della illegalità, della cosiddetta zona grigia o cultura della mafiosità, ma anche quello che riguarda la cognizione delle motivazioni e delle ragioni dell’impegno sociale e politico – individuale e collettivo – nella costruzione di una società più giusta, più civilmente e culturalmente matura. L’ elemento nodale che emerge è la condivisione comune, da parte delle associazioni intervistate, della crisi economica (2007/8) che si è abbattuta nel mondo, in Italia e, dunque, anche nella nostra regione. Alla mortificante riduzione degli investimenti si è accompagnata la contrazione delle liquidità, che ha dato la stura, spalancandone le porte, all’usura e alla inarrestabile sofferenza delle imprese. Ne sono derivate la crisi dell’occupazione e l’ampliamento della fascia sociale della povertà, che ha letteralmente buttato giù ed impietrito la classe lavoratrice, quella del lavoro dipendente, precario e soggetto ai ricatti padronali. Gli esempi non mancano e vanno dallo zuccherificio dell’hinterland termolese all’azienda di moda – la Ittierre – di Pettoranello (Is); dalla Gam di Bojano alla FCA di Termoli, quest’ultima sempre in bilico fra una promessa di ampliamento della produzione e la spada di Damocle della cassa integrazione. Il settore ittico, a sua volta, soffre, mal sopportando gli elevati costi del carburante ed il fermo estivo della pesca.

Nel venafrano emergono anche ulteriori preoccupazioni legate all’ inquinamento atmosferico, provocato dai complessi industriali attivi sul territorio (gas di scarico sprigionati nell’atmosfera) ed anche da quelli degli impianti di aria condizionata o di riscaldamento. Non ultimo è il preoccupante timore della popolazione in riferimento alle contaminazioni del terreno a causa dello sversamento di rifiuti tossici. Tali ultime preoccupazioni sono, peraltro, alimentate dal peso e dagli effetti che le cosche malavitose della regione campana confinante esercitano sulle aziende, sugli imprenditori. Un capitolo rilevante merita, per gli aspetti negativi che ne possono derivare, il settore agricolo, che conosce e soffre stringenti pause reddituali, anche alla luce dell’estendersi del fenomeno del caporalato che dalla vicina Puglia si sta allargando a macchia d’olio anche nel basso Molise e lungo la costa termolese. È sufficiente ricordare la tragica morte per incidente stradale dei dodici lavoratori nordafricani, alcuni dei quali reclutati anche nel Molise, deceduti ad un tiro di schioppo da Campomarino, oppure quella dolorosa, e per niente giustificabile, di Gheorghe Radu di qualche anno fa nelle campagne di Nuova Cliternia nel demanio di Campomarino. Tutto questo, ed altro che tralasciamo per ovvie ragioni, conduce le associazioni intervistate alla condivisione di una ulteriore riflessione, che cioè il Molise non è affatto l’isola felice che si pensava che fosse fino a qualche anno fa. In effetti, il Molise da decenni è concupito dalla cosche malavitose delle regioni confinanti per una serie di ragioni, non ultima la scarsa percezione che i molisani dimostrano a proposito della presenza di gruppi mafiosi sul territorio regionale.

Un altro elemento di dolente sofferenza che le associazioni deplorano e denunciano riguarda la mancanza di un codice etico, che controbilanci, annullandole, le pratiche relative al massimo ribasso nei bandi pubblici. Il massimo ribasso non soltanto riduce clamorosamente la qualità del lavoro e dell’opera che si deve costruire, alimentando la contrazione dei diritti dei lavoratori, come pure quella della sicurezza sui posti di lavoro, ma favorisce altresì il malaffare che dalla insufficiente attenzione alle leggi che tutelano il lavoro dipendente perviene alla infiltrazione di cosche malavitose e criminali. Il punto su cui le associazioni di categoria premono maggiormente è la pressante ed indifferibile necessità di diffondere la cultura della legalità, della dignità del lavoro, del rispetto delle regole, nodo essenziale ed imprescindibile per un efficace rapporto interassociativo. Il mondo giovanile, la scuola e l’università sono i referenti ai quali le associazioni intendono rivolgere la massima attenzione. Tuttavia, le associazioni di categoria non sottovalutano quello che sostanziosamente emerge dall’ indagine fatta da Libera, per un verso la difficoltà di fare rete interassociativa, per un altro la chiara e sostanziale superficialità dell’ opinione pubblica relativa alla percezione delle mafie e alla perniciosa pericolosità della loro infiltrazione sul territorio regionale. In buona sostanza, se le mafie sono possenti, è perché la società civile appare non solo distratta ma anche civilmente ed eticamente fragile. Ma cosa intendiamo noi per “fragilità”? La “fragi- lità” è quella condizione di spaesamento, di solitudine, di incapacità reattiva o di affaticamento, di stanchezza psicofisica di fronte alla deriva etica, culturale, civile, politica alla quale assistiamo tutti i giorni; è anche, la fragilità, la prostrazione dinanzi alla crisi economica che si è abbattuta nel mondo e, innanzitutto, nel nostro paese. Per tali motivi noi ci chiudiamo a riccio dentro di noi, come spaesati ed impauriti, costruendo consistenti barriere dinanzi agli altri, a quegli altri che noi indichiamo come ostili, nemici, impedendoci in questo modo di parlare, di avere rapporti naturali e tesi alla condivisione e alla integrazione, alla reciprocità dei contributi che, comunque, a prescindere da queste attuali situazioni di sofferenza, siamo in grado di costruire e di alimentare. Di qui, la necessità di incontrarsi con gli altri, di condividere dei percorsi e delle strategie; in buona sostanza, la necessità di fare rete. Questa deve essere la risposta alle nostre debolezze, alle nostre pericolose disabitudini al dialogo con gli altri. Questa è il percorso per reagire, come dice spesso don Luigi Ciotti nei suoi interventi pubblici, al clima di odio e di caccia all’untore (migranti e poveri), per ribellarsi ed insorgere contro il tradimento della democrazia.

Ma quali sono le conseguenze nefaste di tale “oblio”, ossia del tradimento della democrazia? E quale strategia dobbiamo noi immaginare e, quindi, perseguire per ristabilire il giusto ruolo della Costituzione, esprimendo in questo modo duratura riconoscenza a quanti hanno contribuito alla architettura della nostra Carta Costituzionale? Di questi radicali cambiamenti parleremo nei prossimi appuntamenti.☺

 

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