Liberare la parola
6 Giugno 2020
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Liberare la parola

I nomi delle stelle sono belli: Sirio, Andromeda, l’Orsa, i due Gemelli./ Chi mai potrebbe dirli tutti in fila?/ Sono più di cento volte centomila./ E in fondo al cielo, non so dove e come,/ c’è un milione di stelle senza nome:/ stelle comuni, nessuno le cura,/ ma per loro la notte è meno scura.
Gianni Rodari, naturalmente.
Chissà perché le letture per l’infanzia ci piacciono da adulti più che da bambini. Sarà, forse, che da piccoli le troviamo troppo vezzose, mentre noi siamo lì a guardare al mondo dei grandi e non vediamo l’ora di esserci dentro a pieno titolo, anche coi libri; ormai maturi, quando, per dirla con Leopardi, l’illusione manca, l’infanzia e la prima giovinezza diventano il luogo della libertà, dell’incanto, della freschezza, e allora quell’età proviamo a recuperarla anche a mezzo delle convenzioni letterarie ad hoc, dai libri di avventure, alle fiabe, alle favole, alle narrazioni fantastiche, alle filastrocche strampalate zeppe di giuochi di suoni e di parole.
Fu, una volta, la nostra realtà, solo non ce ne avvedevamo.
Ricorrono quest’anno i cento anni dalla nascita di Gianni Rodari, venti dalla sua morte. Di letteratura per l’infanzia Rodari è stato non solo autore, scrittore di romanzi, favole, filastrocche, ma anche arguto osservatore, interprete, critico. Nella sua Grammatica della fantasia, un volumetto che raccoglie una serie di lezioni sul mondo sconfinato della fantasia, Rodari si rivolge a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione, a chi ha fiducia nella creatività infantile, a chi sa quale valore possa avere la parola: “Tutti gli usi della parola a tutti” -scrive – “mi sembra un buon motto, dal suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.
Fa specie l’attualità delle affermazioni di Rodari, in un momento storico in cui educare alla fantasia, cioè letteralmente “condurre fuori”, quasi “far emergere” la fantasia pare compito trascurabile, addirittura non scolastico, o almeno non tanto scolastico quanto appiattire fanciulli e ragazzi sulle misteriche fumose competenze; sono di urgente attualità le affermazioni di Rodari ora, quando la parola sembra aver smesso la sua funzione di diagnosi critica della realtà e pare esplicare il suo valore libertario se e solo se diventa linciaggio sfrenato, insulto.
L’equivoco sulla creatività, che i detrattori della stessa vorrebbero essere confusione informe, principio di ozio, lo chiarisce lo stesso Rodari, dove scrive che una mente creativa “è una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti… capace di giudizi autonomi e indipendenti, che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi”.
C’è, insieme alla fantasia, un secondo aspetto fondante della poetica di Rodari a proposito di letteratura infantile, ed è il sorriso, che, nei modi dell’umorismo, dello strafalcione lessicale, del rovesciamento paradossale, del guizzo sorprendente, riveste di sé i valori che Rodari, da buon maestro quale era, non ha mai rinunciato a perseguire per mezzo delle sue creazioni: pace, onestà, dignità del lavoro, uguaglianza, giustizia, libertà, grazie al particolare intreccio tra immaginazione e divertimento si traducono in spazi di utopia, apparentemente impalpabili, ma sempre aperti alla speranza e alla riflessione, dei grandi prima ancora che dei piccoli.
Sono tanti i luoghi in cui Rodari ci invita a meditare sul ruolo del sorriso, nell’educazione come nella vita: quando, per esempio, sottolinea il fatto che a scuola si rida troppo poco e l’educazione della mente sia concepita a scuola come cosa tetra, o quando scrive che con un po’ di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da Leopardi o ancora quando si interroga se valga la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo.
Nel periodo duro che stiamo vivendo e che certo non terminerà a breve, non si è smorzato in nulla l’ardore bellicista di molti Stati del mondo, primo il nostro: tra le molte vere priorità che bussano alle casse dello Stato, ancora una volta si è deciso di impegnare enormi quantità di denaro in insensate spese militari; di più, tanto siamo intrisi noi italiani di cultura della guerra, da accettare con leggerezza le inopportune e trite metafore belliche appositamente confezionate, donde il virus un nemico, la cura al virus una guerra da combattere, il caos negli ospedali le battaglie campali, i lavoratori della sanità gli eroi.
Anche qui Rodari ci viene in soccorso, con una filastrocca fantasiosa che la realtà delle guerra la azzuffa, la deride, la capovolge, la vanifica.
Impostato il paragone implicito tra l’arcobaleno e la pace, la tempesta e la guerra, così scrive: Non sarebbe più conveniente/ il temporale non farlo per niente?/ Un arcobaleno senza tempesta/ questa sì che sarebbe festa./ Sarebbe festa per tutta la terra/ fare la pace prima della guerra.
Vallo a dire ai “Grandi”…
A presto.☺

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