L’immaginazione al potere?
23 marzo 2018
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L’immaginazione al potere?

Sono passati 50 anni dal 1968, sembra un’eternità. Se si guarda al mondo, se si guarda alla società e al vivere sociale tutto è radicalmente mutato. Le strade, le piazze, le università di allora erano piene di giovani che chiedevano la rivoluzione. E rivoluzione è stata. Una rivoluzione molto complicata da interpretare che ha solo una lontanissima parentela con le passioni e le idee sovversive di quegli anni e che Gramsci avrebbe definito: “rivoluzione passiva”.

Si è discusso, si discute e si discuterà a lungo sulle ragioni e sul senso di quella straordinaria stagione di 50 anni orsono. Fu un grande movimento di giovani, di studenti, in alcuni paesi di operai che attraversò il mondo, da San Francisco a Berlino, da Roma a Città del Messico, da Parigi a Praga; quasi per contagio si ebbe un’onda anomala di contestazione del potere e delle sue rappresentanze. Un movimento di lotta che, come per magia, mescolò le speranze, le ansie, i grandi problemi di quell’epoca: il rifiuto del feticismo delle merci della nuova società dei consumi, l’ansia di libertà dei popoli del Sud del mondo, la ribellione contro i sistemi autoritari nei paesi dell’Est, la critica della famiglia e la ricerca di nuove relazioni umane, il rifiuto della scuola di classe e della faziosità della scienza. Un movimento consapevole che le idee, i sentimenti e gli stili di vita, al pari delle merci e dei servizi, entravano nella comunicazione globale e pur tuttavia un movimento che in ogni paese trovò la sua ragion d’essere: negli Stati Uniti per i diritti civili e contro la guerra coloniale in Vietnam, nei paesi dell’Est per la libertà e contro l’ottusa burocrazia dei partiti comunisti, in Italia e in Francia per una nuova unità con gli operai contro l’organizzazione capitalistica dentro e fuori la fabbrica, in Germania per l’autogoverno e contro l’autoritarismo dello Stato.

Limiti e false interpretazioni

Di errori se ne fecero tanti, furono errori di ingenuità, di dilettantismo, non raramente di fanatismo, ma alcune ricostruzioni, alcuni giudizi su quella stagione sono delle stupide e livorose provocazioni.

Lo storico tedesco Gotz Aly, un sessantottino pentito, nel suo Unser Kampf arriva a sostenere che le argomentazioni dei protagonisti del ‘68, il loro sentimento antiburocratico, antiparlamentare e antirepressivo rievoca le parole e i comportamenti del movimento studentesco nazionalsocialista che aprì le porte al nazismo. Per Aly la ragione prima della rivolta della generazione del ‘68 è da ricercarsi nella famiglia, nella incapacità di padri e figli tedeschi di affrontare il trauma storico del nazismo. Analisi e parole in libertà per tante ragioni, ma in primo luogo per la elementare considerazione che il ‘68 fu un movimento mondiale e che si sviluppò ben oltre i confini della stessa Germania e, inoltre, venne proprio dal ‘68 tedesco la spinta importante per cancellare qualsiasi indulgenza e continuità con il nazismo.

Lo stesso Habermas, dopo un discorso di Rudy il Rosso, ebbe a parlare di rischi di “fascismo di sinistra”, non è chiaro a cosa volesse alludere l’illustre filosofo tedesco, ma è certo che Dutschke non era un fautore della violenza e che è assolutamente illegittimo collegare l’antiamericanismo di allora con quel vento nazionalista che è tornato a spirare forte da qualche anno in Germania, in Europa e negli stessi Stati Uniti. D’altronde con l’eccezione di Marcuse, il rapporto fra i padri della scuola di Francoforte e il ‘68 tedesco fu pieno di incomprensioni e di diffidenze e fu proprio Adorno a chiedere l’intervento della polizia, perché venisse sgomberato il suo istituto all’università di Francoforte occupato dagli studenti sessantottini.

Oggi, dopo 50 anni possiamo guardare senza animosità a quel lontano ‘68 e cogliere le ragioni che furono alla base di quella esperienza: un grande bisogno di libertà e la ribellione contro l’arbitrio di quel potere che ordinava il sistema economico nei luoghi di produzione e le gerarchie nella società, che penetrava nelle zone più intime della vita privata delle persone e trasformava la cultura in un valore aggiunto delle merci, come ha scritto Marcuse in uno dei suoi testi fondamentali di allora L’uomo a una dimensione.

Un movimento composito

Il ‘68 fu più cose insieme e sarebbe un grave errore tentare una reductio ad unum di quella esperienza, fu il sogno di una generazione di sfuggire ad un destino già scritto, fu il rifiuto di una società imbalsamata, conformista, servile e al pari tempo consumista, fu il tentativo di inventare una nuova cultura e un nuovo umanesimo. Più in generale fu il punto d’incontro di processi profondi e in qualche misura contraddittori: la vitalità e il vuoto ideale della società affluente e del benessere, la seduzione e la povertà del consumismo, la forza e la crudeltà del nuovo capitalismo di massa, la violenza e la debolezza dell’imperialismo, la crisi e il tramonto di quei valori che avevano dato senso alla nostra civiltà come la famiglia, la religione, l’etica del lavoro, le relazioni affettive e sessuali, i codici di comportamento sociale, la sacralità della scienza e della cultura. È questa complessità e ricchezza di ragioni ad aver ispirato le tante anime ed esperienze del ‘68: dalla critica al sapere alla sperimentazione di nuovi modelli sociali, dalla rottura con il conformismo delle relazioni affettive e famigliari all’incontro con gli eretici della Chiesa come don Milani, dalla solidarietà con “i dannati della terra” all’incontro con la nuova classe operaia.

Confondere la soggettività estremista di questo o quel gruppo “rivoluzionario”, di questo o quel leader del ‘68 con il sommovimento sociale e culturale di quegli anni vuol dire scambiare lucciole per lanterne e soprattutto nulla si capisce dei fatti che seguirono a quel lontano ‘68. Se a metà degli anni ‘70, in Italia, il PCI ottenne i suoi massimi risultati elettorali, se sempre in quegli anni si ottennero grandi vittorie sul terreno dei diritti civili, se nella seconda metà degli anni ‘70 si ebbero alcune delle riforme sociali più avanzate come quelle sulla psichiatria e sulla sanità, se il sindacato firmò contratti fra i più avanzati della sua storia, se si arrivò allo Statuto dei lavoratori e se crebbe una nuova sensibilità ambientalista, questo fu possibile, perché la talpa del ‘68 aveva ben scavato nel profondo della società e nel mondo del lavoro.

L’eredità del ‘68

Certo, oggi, dopo cinquanta anni dobbiamo ammettere che una parte importante di quel patrimonio culturale e sociale è come evaporato e molte di quelle speranze si sono rivelate delle illusioni. Le ragioni di questa parabola sono diverse: l’intelligenza del sistema che ha depurato il ‘68 della sua forza alternativa, gli errori degli stessi sessantottini, il loro settarismo e talvolta la promiscuità e la complicità con quella violenza che poi porterà al terrorismo degli anni ‘70. Ma se le cose sono andate male, se quel sogno in gran parte si è disperso, se in Germania come in Italia negli anni ‘70 è poi cresciuta la mala pianta della violenza e se poi forte è tornata un’egemonia reazionaria, la responsabilità prima non è di quei giovani che chiedevano “tutto e subito” e scrivevano “l’immaginazione al potere”, ma di quelle classi dirigenti democratiche e di sinistra che non capirono e non vollero capire.

Pur tuttavia quel ‘68 ha lasciato un segno che sarà ben difficile cancellare del tutto, ha ripreso e esaltato quello “spazio pubblico”, come scrive Hannah Arendt, che i Greci avevano scoperto con l’agorà, ha ridato nell’epoca moderna e contemporanea sostanza e partecipazione alla democrazia e ha ridato dignità e virtù alla Politica.☺

 

 

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