L’importanza del conflitto
18 Aprile 2019
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L’importanza del conflitto

Non mi piace fare il bastian contrario, ma questo corteo di Farisei che il 15 Marzo ha reso omaggio alla ragazzina svedese è realmente troppo. Ovviamente non penso alle centinaia di migliaia, forse milioni di giovani che nel mondo hanno manifestato la loro critica al governo irresponsabile del mondo, anzi continua a sorprendermi negativamente la quasi assenza del mondo giovanile universitario, se rifletto che più di 50 anni orsono nelle università quei giovani si ribellarono per molto meno. Mi riferisco a quel corteo di potenti, uomini politici, opinion makers, uomini d’affari che con le carte truccate e mascherati da re magi hanno sfilato davanti a Greta. In tutto questo valzer intorno alla giovane svedese vi è del buono che è poi la testimonianza di quanto siano forti gli argomenti di chi da tempo denuncia il comportamento criminogeno di quanti banchettano con il futuro del Pianeta. Ma come scriveva Virgilio nell’Eneide: “Timeo Danaos et dona ferentes”, e infatti finì molto male per i poveri Troiani. Con questo non voglio ignorare i passi avanti in alcuni settori della cosiddetta economia verde: risparmio di acqua e di energia, uso di materiali non inquinanti e riciclo virtuoso di rifiuti. Ma dobbiamo sapere che sono gocce, piccoli movimenti, quando avremmo bisogno di correre e correre molto. Ogni anno abbiamo una produzione fra minerali, materiali, combustibili fossili, biomassa e merci pari a 92mila miliardi di tonnellate e appena il 9% viene riutilizzato. Vi sono una serie di innovazioni interessanti come le macchine elettriche, ma nessuno sa dirci che fine faranno la montagna di batterie esaurite che poi ci troveremo fra le mani e così via. Il problema è che oggi più di ieri, anche perché la situazione è realmente critica, appare evidente che il libero mercato e i monopoli che lo orientano, ragionano solo sull’oggi, sui guadagni, sui profitti e sul valore di scambio delle merci.

Appaiono drammaticamente assenti due condizioni fondamentali che l’ideologia neoliberista e la voracità della speculazione finanziaria hanno compromesso nella relazione fra gli umani e nel rapporto fra l’uomo e la natura: la funzione dello stato, l’interesse pubblico come guardiano del bene comune, come sguardo verso il futuro e la scienza, la ricerca, la tecnologia come opportunità per il destino del vivente. La ragione prima di questo stato di cose sta proprio nel deperimento della politica, nella resa della sinistra e nella inconsistenza dei conflitti sociali. Il danno non è e non sarà solo per le classi subalterne, per i nuovi e tanti poveri, ma anche per l’evoluzione progressiva e democratica del sistema che dal conflitto fra le classi sociali ha tratto un fondamentale nutrimento. Il conflitto rompe la pigrizia del sistema, spinge oltre il parassitismo e la rendita di posizione delle classi agiate. La Fiat non sarebbe divenuta un campione negli anni ‘70 nel campo delle innovazioni tecnologiche senza le grandi e radicali lotte operaie sul finire degli anni ‘60. Né sarebbe stata possibile la rivoluzione tecnologica di questi ultimi decenni senza i conflitti e le contraddizioni nelle metropoli del capitalismo.

Esemplare è il capitolo del mondo agricolo. L’agricoltura è una delle questioni decisive, se si vuole realmente intervenire sul “cambiamento climatico”. Non solo per gli effetti negativi della deforestazione e degli allevamenti intensivi, ma per un problema fondamentale del quale poco o nulla si parla. Nel 2017 la FAO, in una grande conferenza internazionale alla quale hanno partecipato scienziati di tutto il mondo, ha ricordato e testimoniato che nei primi 60/70 cm del suolo è intrappolata una quantità doppia di carbonio organico rispetto a quello che è in atmosfera, una molecola utilissima nel laboratorio del sottosuolo, estremamente pericolosa quando si libera in atmosfera. Il destino di questa molecola dipende fondamentalmente dalla materia organica del suolo, ovvero dalle pratiche agricole. Per questo la chimica dei fertilizzanti e dei pesticidi è il nostro primo nemico, così come la monocultura che è figlia naturale dell’industria chimica. Quando il suolo si trasforma in un deposito chimico, perde la sua fertilità, il biossido di carbonio va in atmosfera e la temperatura si alza e come risultato finale aumenta il degrado del suolo. Si determina così un circuito diabolico e distruttivo. Non sto rivelando un mistero, eppure nulla si fa per fermare questo devastante movimento, anzi lo si agevola per mille vie.

Perché? La piccola Greta può ignorare questa problematica, ma i grandi e i meno grandi del nostro pianeta ne sono pienamente consapevoli e spesso anche complici. La risposta è tanto elementare, quanto disarmante. Le multinazionali dell’agroalimentare e dell’industria chimica hanno nelle loro mani il destino del suolo e con esso del vivente umano e non umano. Hanno nelle loro mani un potere pervasivo economico e finanziario che decide e condiziona le istituzioni, la politica, il mondo dell’informazione, le organizzazioni del mondo contadino, una parte importante degli stessi contadini, l’orientamento dei consumatori e personaggi inconsapevoli come la senatrice a vita Elena Cattaneo. Diversi uomini di potere, che hanno reso omaggio a Greta, sono gli stessi che nulla fanno per contrastare le monoculture e la fine della biodiversità, che nulla fanno per favorire un’agricoltura pulita e un’ economia compatibile, che nulla fanno perché cresca nel popolo la coscienza dei danni che nell’ambiente si stanno producendo. In questi giorni è spuntato il fiore di una possibile e sacrosanta rivolta e al pari tempo vi è stato un festival di opportunismi e trasformismi. Da qui ancora una volta l’ importanza del conflitto che oggi più di ieri difende non gli interessi di alcuni o di una classe sociale, ma il bene comune. Ribellarsi non solo è giusto, ma è, anche, un atto di responsabilità.☺

 

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