L’insostenibile leggerezza della politica
1 Maggio 2017
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L’insostenibile leggerezza della politica

Questi giorni, dopo il risultato del referendum, sono molto eloquenti e insieme altamente preoccupanti. Balza agli occhi la stupida e autolesionista arroganza di Renzi e dei suoi amici. Dalla storica doppiezza della Chiesa, dalla severa e talvolta tragica doppiezza dei comunisti siamo precipitati ai “bugiardini” di La Piastre, una frazione di Pistoia dove dal 1966 si assegna il bugiardino d’oro, d’argento e di bronzo. I nostri, i rappresentanti del giglio magico renziano, vincerebbero sicuramente l’oro. Ossessivamente e con legittimità sui social, sulle televisioni, sulla carta stampata tornano le parole, le immagini di ieri, quando i nostri giuravano di abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum e le immagini del nuovo governo, quando i nostri si abbracciano festosi come se nulla fosse accaduto. Se quello di Renzi alla Boschi fosse un regalo sentimentale, comprenderei e potrei persino simpatizzare, ma questo non è dato sapere e sospetto vi sia dell’altro. Non mi riferisco tanto al mondo delle banche e agli intrighi di Palazzo che pure sarebbe legittimo immaginare, quanto a quella vanità del potere, a quella arroganza del comando, a quella esibizione dell’Io propria di personaggi ed epoche di decadenza. In questo senso Grillo e Renzi su due palchi diversi recitano la stessa parte, sono due facce della stessa medaglia. La vicenda romana Raggi-Marra e quella milanese di Sala sono il risultato della stessa visione, degli stessi comportamenti, ovvero la politica nelle mani di un uomo solo al comando, le classi dirigenti fatte da yes men e i partiti ridotti ad assembramenti di tifosi. Con una differenza sostanziale: mentre l’esibizionismo e il narcisismo di Grillo è, ancora, oro elettorale per l’impresa dei cinque stelle, diversamente il “superbone” Renzi rischia di essere più un problema che un capitale elettorale.
Insisto su di un concetto che con scarso successo ho sollevato durante la campagna referendaria. È sacrosanto difendere la Costituzione, ma perché questa difesa abbia un senso, perché non si risolva in un atto di testimonianza o nella difesa di un simulacro, è decisivo partire dalla crisi profonda della democrazia e dalla perdita di significato nel nostro mondo globale di quei principi fondamentali che illuminano la nostra Costituzione.
Vi è un fatto in queste settimane post referendum che illustra bene la situazione attuale. La grande maggioranza delle persone esperte, molte anche in buona fede e senza strumentalità, avevano previsto che una vittoria del No al referendum avrebbe aperto le porte ad un cataclisma finanziario, economico e quindi sociale. Non solo non si è avuto il previsto terremoto, non solo l’Italia non è divenuta il buco nero del sistema economico-finanziario internazionale, ma la borsa è salita in modo significativo, il famoso spread si è ridotto, così pure è calato il tasso d’interesse sui titoli di stato. Come mai? Perché un errore di previsione così grossolano?
Certamente Draghi e la Banca Centrale Europea hanno dato una mano, ma la questione è più di fondo ed ha risvolti più generali. La Spagna è stata per dieci mesi senza una maggioranza politica in Parlamento, senza un vero governo e solo dopo quasi un anno e grazie all’astensione del PSOE si è varato il nuovo governo centrista di Rajoy. Ora, e questo è il punto, durante quei dieci mesi di vuoto di governo la Spagna ha goduto di una crescita economica, di un miglioramento dei conti pubblici e di un calo della disoccupazione che nessuno mai avrebbe potuto prevedere. La Spagna, che sino a ieri secondo i diversi indicatori economici seguiva l’Italia, oggi le è davanti.
Ancora più sorprendente è la vicenda ultima degli Stati Uniti d’America. L’elezione di Donald Trump, secondo un generale convincimento, avrebbe rappresentato una tragedia per l’America e una crisi economica devastante del sistema mondo: nulla di tutto ciò è accaduto. Wall Street è ai massimi storici e ha trascinato le altre borse del mondo. Trump certo rappresenta un imbarbarimento culturale e politico, è un rischio grave per l’ambiente e la pace nel mondo, ma per ora l’economia e la borsa di New York festeggiano.
In realtà Italia, Spagna e America ci dicono una cosa molto semplice: la Politica è divenuta talmente leggera che è evaporata, ormai inessenziale e impotente di fronte ai processi reali che governano la vita delle persone e delle società. Il collasso della Politica porta con sé la crisi della democrazia, l’una e l’altra vivono e deperiscono insieme. Pensare che questo ordine di problemi si affronti e si risolva con questa o quella legge elettorale è un vero delirio. La discussione che tanto appassiona fra un sistema elettorale più proporzionale che privilegia la rappresentanza e un sistema maggioritario che vorrebbe evitare il consociativismo e favorire la chiarezza delle scelte e delle responsabilità, ricorda la musica che l’orchestrina suonava sul Titanic, mentre la nave affondava.
La vicenda di Roma è poi paradigmatica del vuoto nel quale siamo precipitati. Questa esperienza di governo che avrebbe dovuto essere il vero laboratorio dei cinque stelle e della nuova politica, si è rivelata un disastro totale, non solo per il torbido operare della sindaca Raggi, quanto per il vuoto di politica e di partecipazione democratica in quelle circoscrizioni e in quei quartieri – la quasi totalità – dove hanno trionfato i grillini. Se non si parte da questa verità e consapevolezza faremo solo degli illusori passi avanti e, come al gioco dell’oca, rischiamo ogni volta di tornare alla casella di partenza.

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