L’intellettuale e il codardo
3 Febbraio 2015
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L’intellettuale e il codardo

I tragici avvenimenti del 7 gennaio scorso con la morte violenta dei 12 giornalisti della redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo e degli altri uccisi dal terzo militante jihadista ci hanno sconvolto, ma nello stesso tempo ci hanno anche confermato nella convinzione che di tale violenza omicida c’è una spiegazione: una parte consistente del mondo si ribella al processo di assimilazione selvaggia che o con le armi o con le banche la finanza internazionale (americana e tedesca in primis!) sta portando avanti a partire dagli accordi di Bretton Woods e dall’attuazione del Piano Marshall, fino a giungere ad oggi, periodo in cui prevale la logica del mercato unico e della sua visione unilaterale del mondo. Tralascio lo scenario di sofferenza e di dolore causato dai militanti jiadhisti franco-algerini a Parigi, e riprendo, per completarne la lettura analitica, il problema del ruolo dell’intellettuale e del suo compito nella società odierna. Perché ci siamo soffermati sull’immagine del “cretino” nella valutazione della presenza (o della assenza) dell’intellettuale nella società post-moderna? È  opinione diffusa che l’intellettuale oggi non sia più quello di 20/30 anni fa, quando un numero abbastanza consistente di intellettuali metteva la propria arte o la propria attività intellettuale a disposizione di una particolare visione del mondo, giusto, eguale, libero, solidale, capace di inclusione dei derelitti della Terra o dei perseguitati nei loro paesi. In tal modo noi abbiamo avuto la fortuna di verificare e di apprezzare e di condividere livelli elevatissimi di produzione intellettuale che dalla letteratura andava all’arte, alla musica, al teatro, alla stessa economia (pen- siamo tra gli altri a Federico Caffè e alla sua scuola universitaria romana nel cui ambito l’economista era solito sottolineare la validità della lectio keynesiana) con il risultato evidentissimo di coinvolgimento di un numero considerevole di persone e di gruppi politici intorno ad una visione e ad una strategia di superamento dell’ economia capitalistica o di una sua attuazione rigorosamente rispondente al dettato costituzionale. Le intuizioni pasoliniane (la scomparsa del mondo contadino e il processo di omologazione delle classi non abbienti alla classe borghese), le narrazioni volponiane (il ruolo egemone della classe operaia nella società degli anni Sessanta-Settanta accanto a settori di borghesia progressista molto vicina ai lavoratori: l’esperienza della Olivetti la ricordiamo con chiarezza), i raffinatissimi fotogrammi delle pellicole viscontiane (la lettura appassionata e magistrale del decadentismo europeo di quegli anni e non solo di quello europeo) sono ancora vivi ma non per questo abbiamo arrestato le lancette dell’ orologio.

In virtù di quanto abbiamo potuto apprendere ed apprezzare nella seconda metà del Novecento, nutriamo ancora la tensione civile per un reale cambiamento politico e culturale in Italia nella direzione di un’equa distribuzione della ricchezza e di un ruolo centrale dello Stato nell’ ambito dell’economia – pensiamo al debito pubblico smisurato ed illecito – e in quello più strettamente politico-civile – la difesa della democrazia partecipata e dell’autonomia della politica nazionale dalla finanza internazionale “privata” -. L’enfasi retorica e ipocrita degli esponenti della finanza può essere messa in discussione soltanto se chi ha il compito di amministrare e chi oggi magnifica le virtù taumaturgiche del mercato è costretto a modificare radicalmente la propria visione del mondo. Ma è possibile ciò in una stagione di apnea democratica e di dolorosa depressione economica? È molto arduo scardinare la filosofia neoliberistica attuale che ha posto il denaro e l’esaltazione dell’egoismo individuale e di classe al centro dell’universo. Si sono anche imposti e diffusi concetti (già presenti, comunque, nella primissima stagione illuministica settecentesca) del tipo di “chi produce ricchezza non può essere sottoposto a norme di nessun tipo, perché esprime con il suo successo economico/sociale capacità e abilità che non possono essere assoggettate o limitate da controlli o da limitazioni di alcun tipo”. La classe dirigente e imprenditoriale concentra nel- le proprie mani un potere smisuratamente grande anche in virtù del controllo e della diffusione capillare di strumenti massmediatici che sono in grado di condizionare l’opinione pubblica. E ciò lo abbiamo constatato proprio nell’ambito della tragedia francese degli attentati jiadhisti. Tutto l’Occidente rischierebbe il muro contro muro nei confronti dell’Islam;  ma non può né deve essere così, perché la questione è molto più complessa di quanto in effetti appaia. Di qui, la spiegazione del perché sia essenziale nella società il compito dell’ intellettuale e fondamentale la sua presenza nel tessuto sociale. “Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria. Tra i tutti comprendo in prima fila i muti, gli ammutoliti, i detenuti, i diffamati da organi d’ informazione, gli analfabeti e chi, da nuovo residente, conosce poco e male la lingua. Prima di dovermi impicciare del mio caso, posso dire di essermi occupato del diritto di parola di questi altri” (Erri De Luca, La parola contraria, ed. Feltrinelli, 2015).

Abbiamo già visto – in precedenza – che ci sono concrete ragioni circa la subordinazione dell’intellettuale al potere econo- mico/finanziario. Da questa sua condizione l’intellettuale postmoderno, limitiamoci alla figura nostrana, non è in grado di leggere correttamente le condizioni in cui versa la nostra società nella quale è in atto da decenni una guerra terribile, quella delle mafie allo Stato, alla nostra democrazia. Le mafie conducono una guerra sotterranea contro la democrazia e le istituzioni democratiche e si dedicano al controllo assiduo del territorio, condizionando le amministrazioni locali e l’imprenditoria privata. Quali gli strumenti che le mafie utilizzano?  Soprattutto la corruzione a tutti i livelli e la complicità diffusa e colpevole. Purtroppo questo conflitto cruento che le mafie conducono contro lo Stato e contro la democrazia non è percepito nella sua gravità  e nella sua pericolosità dall’ opinione pubblica. Per noi è responsabile anche chi ha gli strumenti culturali per denunciare, organizzare e contrastare tutto ciò e non lo fa, ormai assuefatto al cliché quotidiano della difesa egoistica del proprio orticello…

Ecco perché accanto ai cretini ci sono i complici, cioè i corrotti e i codardi, cioè quelli che non vedono, non sentono, non parlano. Queste osservazioni non ci paralizzano e per questo vogliamo ricordare un pensiero di Lu Xun, il padre della cultura cinese del XX secolo, che così recita: “La speranza, in  se stessa, non si può dire che esista o non esista, pensavo. È come per le strade che attraversano la terra. A  principio sulla terra non c’erano strade: le strade si formano quando gli uomini, molti uomini, percorrono insieme lo stesso cammino (Lu Xun, Villaggio natale, 1921).☺

 

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