Lo scandalo delle divisioni
26 Dicembre 2018
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Lo scandalo delle divisioni

Tra i testi più antichi del cristianesimo emerge la Prima Lettera di Clemente, così chiamata perché attribuita dalla tradizione ad un certo Clemente, conosciuto come il terzo successore di Pietro a Roma e tramandata insieme con una Omelia denominata Seconda Lettera di Clemente. Entrambi questi testi sono presenti nel Codice Alessandrino (che contiene tutta la bibbia e risale al V secolo) subito dopo l’Apocalisse. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un testo che ha avuto per un certo tempo uno status canonico, come il Pastore di Erma. Si tratta di una lettera non di un solo autore, ma frutto di una vera e propria scrittura collettiva (un po’ come la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani e dei ragazzi della scuola di Barbiana): è la comunità di Roma che scrive alla comunità di Corinto riguardo ai problemi sorti in quest’ultima a causa della ribellione verso i propri anziani. Quest’opera è collocata dagli studiosi alla fine del primo secolo d. C., perché conosciuta già da Ireneo e da altri scrittori del secondo secolo: si tratta quindi di un testo contemporaneo o addirittura precedente ad alcuni libri poi entrati nel Nuovo Testamento.

Sebbene questo testo sia stato spesso indicato come una delle prove più antiche del papato, essa è in realtà un meraviglioso esempio di vera corresponsabilità ecclesiale, in quanto mostra che la comunità più importante del tempo non si identificava con una persona posta sopra gli altri, ma sentiva in modo collettivo la responsabilità, cioè la cura di un’altra comunità: una comunione non verticale ma orizzontale. Le esortazioni della comunità di Roma non sono espresse come una forma di comando, ma piuttosto con il richiamo continuo ai valori fondanti della chiesa, cioè il ricorso alla Scrittura e l’appello all’esempio di Gesù Cristo. È vero che la mancanza dei Corinzi riguarda la disobbedienza ai loro capi; essi però non sono intesi come superiori disciplinari ma come garanti della tradizione di fede trasmessa dagli apostoli. La comunità di Roma non vuole riportare all’obbedienza ma innanzitutto all’unità: la mancanza di ascolto verso gli anziani della comunità ha portato ad escluderli e quindi a lacerare la comunione. Il vero problema è quindi il non voler camminare più insieme perché alcuni hanno preso il sopravvento umiliando altri membri della comunità, al di là del fatto che questi siano i responsabili istituzionali. In questo modo si tradisce la sostanza stessa del vangelo che esige l’accoglienza reciproca. La comunità di Roma quindi sente la necessità di scrivere a quella di Corinto proprio in nome del vangelo, senza ergersi a giudice: “Carissimi, scriviamo queste cose non solo per avvertire voi, ma anche per ricordarle a noi stessi; infatti siamo nella stessa arena e ci attende lo stesso combattimento” (7,1).

È un testo molto lungo (65 capitoli) e ciò rafforza l’idea che non si tratta di una sentenza di tribunale, ma di un tentativo di far ragionare facendo appello a tutti gli esempi conosciuti da entrambi e che sono trattati dall’Antico Testamento, dalla vita di Gesù e degli apostoli (questa lettera è la testimonianza più antica riguardo al martirio a Roma di Pietro e Paolo, a cui si accenna in 1 Cl 5), ma anche dalla cultura profana, come avviene ad esempio riguardo all’araba fenice in 1 Cl 25, presentata come immagine della risurrezione di Cristo. Questa lettera vuole esortare essenzialmente all’umiltà e all’unità e, dopo una lunga riflessione, si arriva a chiedere con grande pathos: “Perché ci sono tra voi contese, ire, dissensi, scismi e guerra? Non abbiamo forse un solo Dio, un solo Cristo, un solo Spirito di grazia effuso su di noi e una sola vocazione in Cristo? Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e ci rivoltiamo contro il nostro proprio corpo e giungiamo a una tale pazzia da dimenticarci che siamo membra gli uni degli altri?” (46,5-7).

Probabilmente è lo stesso grido accorato che rivolgerebbero oggi alle chiese divise tra loro e che sono un grande scandalo che impedisce di credere a tanti uomini e donne del nostro tempo; ma sarebbe un grido rivolto anche alle singole chiese, lacerate al loro interno, come accade oggi alla chiesa cattolica, a causa di invidie e gelosie che nulla hanno a che vedere con la fedeltà al vangelo e all’obbedienza vera a Gesù Cristo, ma sono frutto di calcoli lobbistici di persone che usano la fede per affermare se stessi.

La lettera si chiude con una bellissima preghiera rivolta a Dio che richiama le preghiere eucaristiche (capp. 59-60), dove si invoca il dono della pace e della concordia: “Concedi la concordia e la pace a noi e a tutti coloro che abitano sulla terra, come l’hai concessa ai nostri padri, quando ti invocavano santamente nella fede e nella verità, rendici sottomessi al tuo nome onnipotente ed eccelso, ai nostri capi e alle nostre guide sulla terra” (60,4). Dalle origini della chiesa un bel monito rivolto alla chiesa di oggi affinché non perda la sua ragion d’essere, testimoniare il Cristo che, come dice la Lettera (16,1), “appartiene agli umili, non a coloro che si elevano al di sopra del suo gregge”.☺

 

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