Lottare o rinunciare
21 agosto 2018
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Lottare o rinunciare

Non so da quanto tempo non mi sento più rappresentata a livello comunale, regionale e nazionale dai risultati elettorali; dovrei dunque essere ormai abituata al senso di estraneità straniante che mi pervade dopo ogni elezione almeno da vent’anni. Tuttavia questo desiderio violento di cacciare la testa sotto un cuscino e oscurare qualunque canale di comunicazione, cartaceo, televisivo o via web, che mi ha assalito negli ultimi mesi è qualcosa di nuovo: vorrei davvero non sapere più nulla, vivere nel mio paese quasi per procura, attaccare un cartello con su scritto “sono momentaneamente assente”.

So che non servirebbe a nulla, perché il senso del dovere civico è una brutta bestia che una volta impadronitosi di te non ti lascia più, e continua a fare il cane da guardia: come un molesto angelo custode, ti ricorda che non si può essere felici da soli e che avrai sempre qualcosa o qualcuno di cui prenderti cura. Nel mio caso, un bene comune da difendere, un luogo da tutelare, un’ingiustizia da denunciare. Però stavolta è dura trovare la motivazione per riprendere il proprio posto dalla parte, evidentemente, del torto, come diceva Brecht, che voleva con questo indicare l’unica parte possibile per chi non si conforma alla “normalità”; ma questo torto, abbracciato prima gioiosamente con la naturalezza dell’adolescenza e della gioventù, testardamente difeso poi con l’utopia generosa della maturità, non è mai stato più controcorrente e difficile da rivendicare.

Assistere prima alla vittoria nazionale, anche se incompleta, delle due forze politiche che più mi sono estranee, e poi al balletto indecoroso di questi due mesi e mezzo; vedere il ritorno del centro destra a livello locale e svegliarsi una mattina per apprendere che in Molise abbiamo anche un assessore all’immigrazione rasenta il trionfo della disperazione.

Poco importa che non esista qui un vero problema legato a questo tema: ciò che è inquietante e foriero di ulteriore degrado civile è il fatto in sé, l’aver identificato ufficialmente il nemico contro il quale legiferare, al probabile grido di “Prima i Molisani”.

Il sinistro insegnamento di Trump trova ovunque terreno fertile; e supera davvero la mia capacità di comprensione il constatare come oggi le regioni meridionali, da sempre terre di accoglienza e solidarietà, diano entusiastica adesione alle urla becere e scomposte di chi fino a poco tempo fa ci considerava sporchi e incivili. E le analisi sociologiche sulla crisi e sulla paura del diverso, le tiritere sui politici che fanno tutti schifo non spiegano questo affidamento fideistico a ciò che porta nomi molto chiari: razzismo, ignoranza, pressapochismo.

Dire che i cittadini devono poter condividere le scelte, avere trasparenza, chiedere conto delle decisioni, essere ascoltati non solo ogni cinque anni, quello che fin qui hanno rivendicato coloro che chiedono il cambiamento, è ben diverso dal gridare per slogan che ora la casta verrà spazzata via, che basta un clic sul computer e la democrazia si avvera per magia, che gli italiani devono avere più diritti degli altri e chiudere le frontiere.

Passa un universo intero tra queste due ricette di politica: passa lungo questo crinale il confine tra civiltà e barbarie. Da un lato si chiede la fine del liberismo spietato, la ridistribuzione della ricchezza, il diritto al lavoro e i diritti sul lavoro, istruzione e sanità pubbliche e di qualità, difesa dei beni comuni, eco sostenibilità e tutela dell’arte e del paesaggio; dall’altro si pensa a difendere i profitti delle imprese, si farnetica di Flat Tax (anni fa c’era un fumetto molto popolare, Alan Ford, l’eroe che rubava ai poveri per dare ai ricchi: la Flat Tax spiegata ai bambini), si riprendono le grandi opere, si sfrattano centri sociali e associazioni storiche, si propone la libertà di sparare sempre e comunque.

Come tanti compagni e compagne di strada, ho collezionato quasi solo colpi di bastone, irrisione, sconfitte durante il percorso di impegno civile; ma sono sempre riuscita a mantenere viva la fiammella dell’ indignazione, della resistenza, della fiducia nel futuro. Oggi davvero mi sento esponente di una razza vecchia, che non trova più cittadinanza: quella cittadinanza che continuiamo a chiedere per chi arriva o nasce in Italia, sulla quale hanno appena finito gioiosamente di lavorare più di 250 studenti molisani per il concorso scolastico della Fondazione Milani, ecco, proprio quella cittadinanza che è condivisione di valori, cultura, affetti e diritti io oggi me la sento negata.

Non vedo possibilità immediate di fermare la deriva autoritaria e ignorante che avanza sulle pianure d’Europa e sulle terre del contado di Molise, e per la prima volta sento che la mia generazione ha perso. Non so se il mio scomodo angelo custode riuscirà ancora a svegliare la voglia di lottare e a fare di nuovo volare intorno a me il “bianco airone dell’utopia”… Per ora prevale un disgusto profondo, e la sensazione di essere più che mai un’aliena.

Domani chissà…☺

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