Ma che freddo fa!
20 Dicembre 2018
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Ma che freddo fa!

Da due giorni clima freddo in Molise, finalmente. Dico “finalmente” perché amo il nostro freddo, che pizzica e pare che insieme con l’aria raffini il pensiero, lo renda acuto, quasi che, circondati dal rigore del gelo e intabarrati, riusciamo a meglio meditare e meglio sentire.

Suggestioni, tra le tante che mi fanno compagnia. Tale quella che mi ha condotto dal freddo alla Germania dell’Est, uno dei luoghi mitici del mio immaginario, e di lì, per una via vagamente più logica, a Bertolt Brecht, la cui Vita di Galileo da poco ho riletto. “Io, Bertolt Brecht, vengo dai boschi neri. Mia madre mi portò nella città quand’ero nel suo grembo. E il freddo dei boschi fino a che morirò non mi abbandonerà”.

Chissà se anche Brecht amasse il freddo o se lo ritenesse uno sprone al “piacere di pensare” che è presupposto del suo teatro: il teatro di Brecht, infatti, è un teatro “non aristotelico”, non inteso alla purificazione da sentimenti di paura e pietà, ma un teatro “epico”, che narra il mondo nella complessa rete dei rapporti sociali che lo caratterizza e sollecita, rispetto a quelli, la facoltà critica, creativa, produttiva dello spettatore, chiamato attivamente in causa ed invitato a riconoscere e costruire una verità nuova, che può mettere in dubbio valori generalmente accettati.

Vita di Galileo, rielaborato a più riprese dal 1938 fino a qualche mese prima della morte dell’autore, avvenuta nel 1956, è un testo centrale della produzione di Brecht, sia sul piano della drammaturgia che su quello morale. Articolata in quindici scene concluse in sé eppure magistralmente legate l’una all’altra, l’opera, considerata il “testamento spirituale” di Brecht, è ispirata alla carriera dell’insigne scienziato pisano ed affronta nei loro termini essenzialmente e irrimediabilmente contraddittori una serie di temi, tra i più importanti dei quali quello del rapporto tra scienza e fede e, ad esso collegato, quello del rapporto che la scienza intrattiene tanto con l’autorità quanto con la società.

Il Galilei di Brecht è personaggio fortemente chiaroscurale, un eroe-antieroe, in qualche modo summa delle contraddittorie figure brechtiane: scienziato anti-elitario, che usa la lingua del popolo per diffondere le sue acquisizioni rivoluzionarie e che lotta per l’affermazione delle nuove teorie scientifiche, egli è maestro che crede nell’uomo e nella sua ragione, persuaso che “il pensare sia uno dei massimi piaceri concessi al genere umano”; tuttavia, gioioso e attaccato alla materialità della vita, è debole di fronte agli impulsi, incapace di dire “no” davanti ad un vino vecchio come a un pensiero nuovo, cede alla comodità, al punto che la vigliaccheria ha il sopravvento su di lui e lo trasforma in un traditore, la cui “presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza”. La sua ricerca della verità, dunque, si tradurrà in una sorta di vizio di incontinenza, privo di riguardo e di responsabilità verso il genere umano.

Brecht, però, non giudica: le antinomie di Galilei, degli altri attori del dramma, di quella storia, scorrono davanti a noi lettori o spettatori in serie ricchissima, senza essere sanate, e sono espresse in un linguaggio vivido che mescola i toni rigidi dei registri alti alla forza icastica di quelli bassi, le parole della teologia a quelle della scienza, idee poetiche a metafore, in un quadro variegato e denso di sfumature, com’è l’umanità di allora e di sempre.

E di sempre, perché attuale sempre, è la dimensione storica della narrazione: lo scenario dell’Italia seicentesca, autoritaria e repressiva, in cui essa pure è ambientata, spesso perde di consistenza e il dramma sembra parlare del presente, ai presenti. Accade, per esempio, laddove vengono messe a confronto la visone tradizionale del mondo, secondo la quale l’infelice condizione umana, necessaria ed immutabile, è sottoposta alla vigile attenzione dell’“occhio di Dio”, e la visione moderna di Galilei, che crede solo nei nudi fatti scientifici, nella mutabilità e nella transitorietà dell’ordine costituito; in questo scontro ideologico durissimo, al monacello che lo invita a recedere da “un’indagine libera da ogni freno” e che vorrebbe convincerlo che la verità, se tale è, riuscirà a farsi strada a prescindere dall’opera degli scienziati, Galilei risponde energico: “No, no, no! La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può essere che la vittoria di coloro che ragionano”. Appassionato come ogni buono scienziato, come chiunque, allora ed ora, sostenga a ragion veduta la profonda moralità del proprio agire, per sbalorditivo che sembri.

Eppure, proprio in questa lotta tra etica della scienza ed etica autoritaria, una lotta che lo ha coinvolto in corpo e in spirito, Galilei soccombe alla sua stessa umana debolezza e con la sua abiura tradisce la causa per la quale sino ad allora si è battuto; quando, nella penultima scena del dramma, egli mette impietosamente a nudo la propria sconfitta, con parole di stringente contemporaneità si rivolge anche a noi, alle nostre coscienze, ben oltre il Seicento e ben al di là dello scontro tra fede e scienza: “Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento di Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità. Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo”.

Ma che freddo fa! Non importa il fuoco nel camino e il guizzo della luce e lo scoppiettare spassoso delle faville ardenti.☺

 

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