Mal governo
5 Maggio 2015
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Mal governo

Non sono molte le parole e le espressioni italiane che i giuristi e i politologi europei usano correntemente senza sentire il bisogno di tradurle nella loro lingua. Tra esse ce n’è una, mal governo, con la quale si definiscono i regimi che non rispondono ai bisogni dei cittadini, che sono implicati in pratiche corruttive, che truccano il processo elettorale, che restringono le libertà fondamentali, che si sottraggono alle loro responsabilità.

Il fatto che mal governo sia un’espressione italiana lascia pensare che questi mali siano riferiti alle vicende del nostro paese ma, mentre è noto che l’Italia non ha l’esclusiva in fatto di mal governo, è auspicabile che non tutte le devianze che ci vengono attribuite siano presenti nel belpaese. Di certo non possiamo difenderci dal sospetto di essere soliti manipolare il processo elettorale attraverso pratiche e leggi che tendono a piegare la libera scelta degli elettori agli interessi dei potenti di turno. Per riportare un rapido e parzialissimo elenco di esempi concreti, si può fare riferimento al voto di preferenza che, da strumento di libertà di scelta, diventa occasione di contrattazione e di ricatto; si può citare l’esempio delle primarie che, da grande strumento di partecipazione democratica, diventano, a volte, una recita nella quale ai cittadini viene assegnato il ruolo di comparse. Tuttavia, con riferimento all’alterazione del processo elettorale, la classe politica italiana ha dimostrato di saper fare di più: ha addirittura varato una legge che consente ai capi partito, attraverso la compilazione di liste bloccate, di decidere chi mandare in parlamento. Una legge che gli stessi estensori hanno definito porcellum e che sta, forse, per essere sostituita da un’altra, l’italicum, che conserva un discreto odore di stallatico.

Ci si potrebbe consolare dicendo che ogni mondo è paese, ma le cose non stanno esattamente così. In Gran Bretagna, per esempio, dove l’esperienza democratica è molto lunga e consolidata, si attribuisce una grandissima importanza alla legge elettorale e, anche in presenza di un forte interesse della maggioranza governativa a cambiarla, nessuno prova a farlo senza il coinvolgimento diretto dei cittadini. Dopo le elezioni politiche del 2010 il programma di coalizione, sottoscritto dal conservatore David Cameron e dal liberaldemocratico Nick Clegg, includeva l’ impegno ad approvare in parlamento una riforma della legge elettorale. Il patto tra Cameron e Clegg fu puntualmente onorato, ma il referendum popolare sulla nuova legge, tenutosi il 5 maggio 2011, ebbe esito negativo e le imminenti elezioni del 2015 per il rinnovo della Camera dei Comuni si terranno con le vecchie regole. Le decisioni relative al sistema elettorale britannico sono saldamente nelle mani dei cittadini.

Tuttavia sarebbe sbagliato dire che i cittadini italiani sono stati sempre indifferenti a questo tema. È bene ricordare che il 9 giugno del 1991, nonostante gli inviti di Craxi e Bossi a disertare le urne, risposero favorevolmente al quesito referendario promosso da Segni, relativo all’abolizione delle preferenze multiple. Il 18 aprile del 1993 ebbe un esito positivo anche il voto referendario proposto dal Partito Radicale sulle norme per l’elezione del Senato della Repubblica.

Purtroppo la pervicacia delle leadership politiche di questo paese, nel voler restringere i margini per l’esercizio della libertà di scelta in fase di voto, sembra aver fiaccato la capacità di reazione dei cittadini. C’è voluto un intervento della Corte Costituzionale per sfrattare il porcellum dal quadro normativo nazionale, mentre il dibattito sull’italicum viene seguito con preoccupante distacco. La stessa prospettiva di un parlamento di nominati non desta grande allarme. È come se la crisi economica, sociale e valoriale attutisse, anziché acuire, la capacità di reazione dei cittadini.

D’altro canto, con la legge nazionale n. 43 del 23 febbraio 1995, il famoso Tatarellum, è passata l’idea che si possa entrare a far parte di un Consiglio regionale anche senza ricevere un solo voto. Basta accedere al listino maggioritario, collegato al candidato presidente che vince, per diventare consigliere regionale. Con questo diabolico e antidemocratico stratagemma sono stati eletti in venti anni centinaia di consiglieri nelle assemblee regionali italiane. Con l’approvazione della legge costituzionale n. 1, del 22 novembre 1999, ogni regione a statuto ordinario è tenuta a dotarsi di una propria legge elettorale, seppure nei limiti della legislazione statale. Molte regioni stanno, lentamente e controvoglia, procedendo alla cancellazione dei listini vergogna. Altre, come il Molise, fanno finta di niente nell’indifferenza generale.

Resta il fatto che, nelle nostre realtà territoriali e nell’intero paese, si ha la certezza che i nostri guai economici e sociali siano causati in misura consistente da un distorto esercizio del potere pubblico, ma non ci si impegna a capire che le cattive leggi e le perverse pratiche elettorali sono l’alimento di cui si nutre quel mal governo che, a torto o a ragione, ci viene attribuito.☺

 

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