Mare nostrum
12 Marzo 2019
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Mare nostrum

Da un po’ di tempo ci stiamo soffermando sulle tematiche delle migrazioni penose e tristi alle quali sono costretti nuclei consistenti delle popolazioni africane e del vicino Oriente, che, scegliendo il Mar Mediterraneo, sognano di poter approdare anche sulle coste della nostra penisola e poi, magari, di potersi stabilire in uno dei paesi dell’Unione Europea, se non addirittura in Italia. Ma in Italia da diversi anni vigono leggi e disposizioni che impediscono ai migranti di poter vivere nel nostro paese; è anche prevalso il vento dell’odio, del razzismo, del rancoroso howl nei confronti dei poveri disgraziati naufraghi che si allontanano dalla fame, dalle guerre, dalle persecuzioni politiche, dalla mancanza di lavoro nei loro paesi. Il Mar Mediterraneo non è più il mare accogliente che fece pronunciare alla Didone virgiliana quella espressione di ospitalità che così suona(va): “(…) E brevemente Didone, chinando il capo, parlò/ – Sciogliete l’ansia dal cuore, Teucri, lasciate l’angoscia/. Dura vita e nuovo regno a questo mi forzano,/ guardar tutt’intorno con l’armi i confini./ (…) Non così chiuso il cuore abbiamo noi Puni,/ non così opposto a Tiro aggioga il sole i cavalli./ Che voi l’Esperia grande, la terra saturnia,/ o i campi d’Erice scegliate e il re Aceste, io partire/ vi farò confortati, vi darò quanto posso./ Voleste anche fermarvi con me in questo regno,/ vostra è la rocca che alzo: tirate in secco le navi./ Teucro o Tirio, da me avrà uguale trattamento.,/ Così dal vento medesimo spinto il re vostro/ Enea fosse qui! Ma io manderò per le spiagge/ uomini fidi, farò frugare tutti i confini dell’Africa,/ se mai naufrago errasse per le boscaglie o città” (Eneide,Libro I, vv.561-578). Didone è spinta all’ospitalità dei Troiani non solo perché è assillata dal dover governare un territorio su cui gravitano pericolosamente le pulsioni espansionistiche dei popoli confinanti, ma anche e soprattutto perché è mossa dal sentimento e dalla consuetudine dell’ospitalità e dalla sua intima e profonda convinzione, in questo caso, che avere Enea e i suoi compagni fosse un passaggio necessario per dare una strutturazione organizzativa più solida ed efficace al suo regno.

Una pagina profondamente significativa è quella che troviamo nell’opera più rilevante – Breviario mediterraneo – dello scrittore croato, nato a Mostar nell’Erzegovina a una cinquantina di km dal mare Adriatico, Predrag Matvejevic: “I suoi confini non son definiti né nello spazio né nel tempo (…). Lungo le coste di questo mare passava la via della seta, s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli oli e dei profumi, dell’ambra e degli ornamenti, degli attrezzi e delle armi, della sapienza e della conoscenza, dell’arte e della scienza. Gli empori ellenici erano a un tempo mercati ed ambasciate. Lungo le strade romane si diffondevano il potere e la civiltà. Dal territorio asiatico sono giunti i profeti e le religioni. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa. È difficile scoprire ciò che ci spinge a provare a ricomporre continuamente il mosaico mediterraneo, a compilare tante volte il catalogo delle sue componenti, a verificare il significato di ciascuna di esse ed il valore dell’una nei confronti dell’altra: l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo e l’islam; il Talmud, la Bibbia, il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma; Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri ed atroci; gli Slavi del sud (…) Qui popoli e razze per secoli hanno continuato a mescolarsi, fondersi e contrapporsi gli uni agli altri, come forse in nessuna altra parte di questo pianeta (…) Avvicinandosi al nostro mare, i popoli si chiedevano come creare una patria là dove c’è poca terra, dove ci sono più pietraie che campi, dove la sabbia invade i luoghi. Sono domande che si pongono senza dirle, che hanno lasciato dietro di sé tante sciagure sulle sponde del Mediterraneo” ( pp. 18-19).

Non dobbiamo sottovalutare nemmeno il contributo che i cantastorie danno non solo sul versante della conservazione delle tradizioni popolari, ma anche su quello che è ed è stato il Mar Mediterraneo nella sua storia passata e in quella recente, nella quale migliaia e migliaia di donne, uomini, bambini, hanno perso e perdono la vita, attraversandolo su barconi fatiscenti, per poter immaginare di costruire una esistenza migliore di quella che essi vivono nei paesi di origine, attraversati dalle guerre fratricide, dalla crisi economica, dalle persecuzioni di tipo razziale. Una di questi cantastorie è Francesca Prestia, calabrese, in Mare nostrum. Versi bellissimi e toccanti questi di Francesca Prestia, versi che sono indubbiamente impreziositi, restando scolpiti nell’animo di chi ascolta queste musiche, dalla voce della cantastorie calabrese, talvolta aggressiva e talaltra quasi sperduta e sfinita nella narrazione della sofferenza disperata o nel sogno quasi sempre non realizzato delle attese palingenetiche, individuali e collettive. Canti disperati di vite infrante nelle acque gelide (o nelle strade disperate di città distratte, come nella vicenda amara di Lea Garofalo).

Nel libro di Matteo Nucci, L’abisso di Eros – seduzione, l’autore, soffermandosi sui bronzi di Riace e sul caso delle due teste che con i Bronzi riacesi condividono lo spazio allestito nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, quelli ritrovati a Porticello (Villa San Giovanni) nel 1969, il cosiddetto Filosofo e la Testa di Basilea (dal nome della città dove è stata ritrovata a seguito del furto precedentemente subìto), tra l’altro così scrive: “Negli anni in cui i migranti greci arrivarono in Italia, seguendo le rotte identiche a quelle che si seguono oggi, non esistevano centri di accoglienza e non si dibatteva se in questi centri essi dovessero restare chiusi o meno, se si dovesse spendere molto denaro per rimpatriarli, né ci si chiedeva se fosse necessario distinguere sui motivi che li avevano spinti a lasciare la madrepatria, offrendo privilegi a chi fuggiva dalle guerre (i profughi) rispetto a chi invece fuggiva la fame o le scarse prospettive (i migranti economici). Accadeva quello che oggi capita molto raramente, per esempio a Riace, dove oltre ad essere sbarcati i celebri Bronzi, un sindaco lungimirante ha dato a chi in questi anni è arrivato dal mare la possibilità di vivere, sviluppare i propri talenti, commerciare, rivitalizzando così un paese che vuoi per il crollo delle nascite, vuoi per l’emigrazione interna al nostro paese, stava scappando”.

È superfluo ogni commento! Stupendo il pomeriggio del 15 febbraio scorso alla Sala Giovannitti della ex Gil, a Campobasso, dove il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, ha potuto esporre i suoi profondi convincimenti civili ed etici, raccogliendo un mare nostrum di solidarietà e di condivisione a proposito della inclusione pacifica fra residenti riacesi e naufraghi sfortunati ed infelici.☺

 

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