Masse, popolo e populismo
4 novembre 2018
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Masse, popolo e populismo

Intanto chiedo scusa se approfitto di una pubblica vetrina per inviare un saluto, nelle sfere dell’Alto dei Cieli, al mio Maestro di studi e di vita, Pietro Bellasi, sociologo tosco-bolognese, con il cuore in Svizzera, rara figura di intellettuale disorganico, amico e mentore di qualche vita fa, recentemente scomparso.

Ed è però pensando alle sue seducenti lezioni, tenute tra i banchi delle aule occupate nella Facoltà di Scienze Politiche (tra un “Caccolone” ed un “Limone a Canne Mozze”) a Bologna, tra il 1975 ed il 1985 e riandando con la mente alla definizione di quella Massa – allora dilagante – con la doppia ‘s’ sibilante, sgusciante, fragorosa e liquida come il contenuto della sua propria figura retorica e storica, e ancora, pensando (ri-) alla semantica biografica dei moti rivoluzionari (in altre parole ai ‘segni’ ed ai linguaggi di volta in volta utilizzati dalle avanguardie rivoluzionarie del ‘900 ed oltre) che ancora trovo energia (scusandomi questa volta per la pazienza che di certo a molti scapperà, leggendomi) per tentare una breve quanto sintetica descrizione del neo/rinato concetto di populismo del terzo millennio.

Quelle masse (il Popolo) che Jean Baudrillard [1978], definiva come il “referente spugnoso” del sociale: le masse dove (in cui) tutto sparisce e si aliena: le masse che assorbono il sociale, il politico, l’economia, la cultura: ogni sfera del quotidiano diviene materia filtrante e filtrata, senza più legami, priva di senso e criticità. Le masse – in questo ambito ed in ultima analisi – rappresentano la potenza egemonica del neutro: né l’uno né l’altro (ne-uter).

Ed in questo terreno, ove tutto si neutralizza, sorgono – di nuovo e con prepotenza – come alieni dei linguaggi riciclati, i concetti di qualunquismo e populismo: quanto di più orribile si possa immaginare nella storia del pensiero dello scibile umano! Ed eccoci così di nuovo proiettati -ai nostri giorni – nei rigurgiti dei populi e degli ismi: nei sovranismi che tentano di egemonizzare le povere derive dell’attuale dominio politico che, oggi, serpeggia per l’Europa Unita ed oltre.

I populisti – all’interno delle competenze espresse nella gestione della cosa pubblica – sostengono la priorità dei comuni cittadini nei confronti dei politici di professione (casta): questa rivendicazione di ruoli però può andar bene fintanto che le competenze espresse dall’egemonia del comune cittadino rispondano alla crescita o per lo meno al mantenimento della democrazia. E qui, con calma, bisogna saper distinguere: ci sono infatti almeno due tipi di competenze che emergono nella sfera della politica attiva: quella propriamente dei ‘politici’, che si conquista sul faticoso campo della rappresentanza; e c’è poi la competenza dei tecnici. La prima gioca il suo ruolo nella mediazione democratica; la seconda invece – anche nel diritto offerto dall’ oggettività – è una competenza – che se non viene discussa – diviene coercitiva: la verità scientifica va la di là dell’accordo, della discussione, dell’ opinione: essa è. (Ricor- diamoci Foucault quando ci metteva in guardia dal ‘sapere’: questo può diventare un potente mezzo per ‘sorvegliare’ le masse…) Se infatti è vero che la politica non è una scienza esatta, è altrettanto vero che la scienza (i tecnici) non è adatta ad assumere un ruolo politico, giacché si basa sull’evidenza empirica e non sul consenso popolare.

In altre parole, una politica nella quale le masse vengano indebitamente promosse a soggetto dominante (anche se sono irrimediabilmente dominate) con il pretesto del controllo parascientifico delle competenze, è destinata (la politica) a divenire miseramente sinonimo di regime: culturale e sociale. In parole povere, la politica del popolo bue! Il popolo-massa che tutto assorbe, si compiace della carota offerta sotto forma di enunciazione totalizzante (“I politici sono tutti ladri”, “I migranti sono clandestini”, “Prima gli italiani”…) e – una volta metabolizzato il concetto – diventa quella ‘maggioranza silenziosa’ che fagocita il pensiero, lo filtra senza rigettarlo in democrazia o nelle piazze e torna ad espletare il suo triste ruolo di neutralizzatore. Ripiomba nel silenzio assordante del pascolo…

Da ciò è facile dichiarare che le masse (il silenzio delle masse) non rappresentano più un referente politico così come lo erano la classe o il popolo (il proletariato): la massa non è più uno spazio sociale di esplosione o negazione: è uno spazio di assorbimento e di implosione.

Fine delle speranze rivoluzionarie!

Capisco di utilizzare parole forti nell’esprimere questi concetti e davvero sarebbe interessante (e tranquillizzante) aprire un confronto su questo tema che assolutamente domina i nostri giorni. Intanto potremo leggere – a breve in libreria, edito da Solferino – ciò che ci racconta Bob Woodward nel suo saggio Paura: Trump alla Casa Bianca. Del resto sembra sia abbastanza provato che la patria di tutti i populismi siano proprio gli Stati Uniti d’America: lì si parte, infatti, nel 1893, con il Partito Populista nato contro le banche, le ferrovie, le grandi concentrazioni industriali e – guarda un po’- contro gli immigrati del tempo, italiani in testa.

Le pagine di questa rivista a me paiono le uniche (nel nostro territorio) adatte ad una verifica utile e costruttiva.☺

 

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