Mimose per le nonne
22 Marzo 2021
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Mimose per le nonne

A Bonefro, nel giardino di un amico, fioriscono da quasi due settimane le mimose e, vivendo in Italia, ho imparato che questo è il fiore che gli uomini italiani regalano alle loro donne l’8 marzo, giornata internazionale delle donne. Per me è stata una sorpresa questa scelta, perché sono cresciuta con una immagine non troppo lusinghiera di questo fiore: “sei come una mimosa” mi dicevano quando ero troppo sensibile di fronte ad una critica, e quando ho cercato una spiegazione per questa frase ho imparato che la mimosa reagisce in modo particolare al riscaldamento veloce o ad un colpo di freddo, o anche alle scosse. Praticamente, la mimosa, per difendersi, “si ritira in se stessa”, e fra le donne che ho conosciuto nella mia vita, pochissime hanno reagito di questo modo. Tencha, la vedova di Salvador Allende, Gladys Marin, la segretaria dei giovani comunisti del Cile, Hebe de Bonafide, la storica dirigente delle Madres de Plaza de Mayo in Argentina, Rigoberta Menchu, la guatemalteca premiata con il Premio Nobel per la pace, le tre donne della guerriglia del Salvador che ho conosciuto… nessuna di queste donne che ho avuto l’onore di accompagnare per un breve tempo negli ultimi anni del secolo scorso, nessuna di loro assomigliava alla mimosa, e non so se esiste un fiore che possa esprimere il loro coraggio.

Ma oggi voglio parlare delle donne che l’8 di marzo ricevono meno fiori, perché forse il loro marito non vive più, o i figli preferiscono regalare mimose alle loro fidanzate o mogli, ed i nipoti… chissà se hanno coscienza del significato di quella giornata. Voglio parlare delle nonne e del loro ruolo nella famiglia. Lo faccio anche perché il 3 marzo saranno 136 anni dal giorno in cui è nata mia nonna Elisabeth. Una donna che ha perso la madre quando questa dava alla luce il suo sedicesimo figlio; una ragazza che a 14 anni venne mandata a Berlino a lavorare in casa di una famiglia borghese, una giovane donna che a 25 anni ha messo al mondo sua figlia Elfriede, mia madre. Elisabeth, madre di due figli, ha insegnato al marito a leggere e scrivere, ha aperto una biblioteca circolante perché il marito, da falegname, guadagnava poco e non poteva sfamare la famiglia. Al tempo del nazismo, Elisabeth, quando vedeva per strada una persona che portava sul petto la “stella gialla” che la identificava come ebreo, le faceva segno invitandola ad entrare nella sua biblioteca, cosa che era vietata. Nel 1935, per otto mesi, ha temuto per sua figlia, arrestata con l’accusa di “preparazione al tradimento della patria” e che si trovava nella prigione delle donne a Berlino. Quando, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, il figlio serviva nell’esercito tedesco, Elisabeth ha fatto di tutto per convincerlo a disertare e lo ha nascosto per otto lunghi mesi nella casetta che il marito aveva costruito in un paesino vicino a Berlino. Quando il paesino fu occupato dai soldati dell’Armata Rossa sovietica, un giorno, uno di quei soldati voleva prendere un fiore dal giardino di mia nonna: lei è uscita come una furia dalla casa con la scopa in mano, mettendo il soldato in fuga. Aveva aspettato “i russi”, perché lei era comunista senza tessera, ma i fiori non si rubano! A proposito di rubare, mia nonna non mangiava il pollo, mai, mai, perché un giorno, durante la guerra, aveva rubato un pollo da un vicino, per farlo mangiare al figlio disertore, e per il resto della sua vita è vissuta con il rimorso…

Mia nonna non ricamava, non lavorava a maglia o all’uncinetto, non cuciva vestiti; mia nonna preferiva leggere, quando aveva tempo libero, ma il libro doveva avere almeno 300 pagine, perché soffriva quando doveva dire addio ai personaggi del libro.

Per mia nonna il regalo più bello che la vita le ha fatto è stato vedere sua figlia diventare scrittrice. E poiché la scrittrice si chiudeva tutto il giorno nella sua stanza, con la sua macchina da scrivere, Elisabeth faceva da mamma a me. Ed io, per molti anni, la facevo ridere ed anche piangere: per esempio il giorno che mi sono tagliata i capelli! I momenti che ricordo di più, quando penso a mia nonna, sono i giorni d’inverno, quando ritornavo a casa con le mani gelate:  mia nonna alzava le braccia, io mettevo le mani nelle sue ascelle, lei abbassava le braccia e le mie mani, poco a poco, diventavano calde, calde, e allo stesso tempo si scaldava il mio cuore.

Mia nonna non è mai andata dal medico. Non l’ho mai vista malata, fino al 1965, quando, bisnonna da un anno, cadendo in casa, si era rotta un braccio e ha dovuto andare dal medico. Naturalmente gli misurarono la pressione. Non ricordo i dettagli ma ricordo che la prima cifra del risultato era “250”! Naturalmente cominciarono le cure, o gli intenti di curarla, che non servirono a niente. È morta nel dicembre del 1966. Ripensando al suo ultimo anno di vita, credo che noi, mia madre ed io, abbiamo sbagliato quando, una volta curato il braccio, ma coscienti della sua pressione sanguigna troppo alta, per proteggerla, le abbiamo proibito di entrare in cucina per lavorare. Le abbiamo comprato molti libri, ma a poco a poco ha cominciato a metterli da parte senza neanche arrivare alla metà. Credo, oggi, che è morta perché le mancava la sua vita di lavoratrice instancabile, di lotta contro qualsiasi ingiustizia, di capofamiglia, educatrice e protettrice dei figli e della nipote.

Anche se mia nonna è stata tutt’altro che una mimosa, prenderò un ramo delle mimose che fioriscono nel giardino del mio amico e lo spedirò mentalmente a mia nonna Elisabeth, e spero che lo riceva là dove sta, da più di mezzo secolo, là, nel mondo della memoria. ☺

 

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