misericordia non sacrificio    di Silvio Malic
27 Aprile 2012
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misericordia non sacrificio di Silvio Malic

 

Le culture custodiscono un codice genetico formato da alcune categorie che non sono concetti isolati ma logiche che immettono in un binario di significati di cui non si è a volte consapevoli.  Il tentativo di leggere criticamente il codice culturale dell’Occidente ­­- iniziato con le parole identità esclusiva e potere/potenzialità – ci porta ad affrontarne un altro: il sacrificio. L’occidentale crede nel sacrificio, cioè in un momento distruttivo inteso come fondativo di un bene futuro. Ce lo sentiamo ripetere in ogni contesto. Quello attuale socio-economico ci chiede un passaggio di lacrime e sangue in funzione di una ripresa dell’Italia che tarda a venire. Nel frattempo si distrugge, senza intaccare le fonti del disagio. Così accade nel mondo segnato da guerre liberatrici che distruggono in modo chirurgico e umanitario, benché in vista di un futuro migliore. Nel sacrificio, più che in altri concetti, si intuisce quanto abbia pesato la ricezione occidentale del cristianesimo. Non dovremmo parlare in modo acritico del tema serio delle radici cristiane dell’Europa senza riferire, in modo serio e autocritico, ovvero purificatore, delle coloriture occidentali del nostro cristianesimo: purificare la memoria chiedeva Giovanni Paolo II nel contesto del giubileo del 2000. Il caso più clamoroso è appunto il sacrificio, rimesso in bocca a Gesù, che invece ne parla due volte (Mt.9,13 e 12,7) per escluderlo (citando il profeta Osea 6,6: “Misericordia io voglio e non sacrificio”). “Prendete e mangiate… questo è il mio corpo, offerto/dato per voi”. (Lc 22,19; 1Cor. 11,24). Così dice il testo; non c’è scritto “offerto per voi in sacrificio”. Cambia completamente la prospettiva.

Richiamo un pensiero di Aldo Capitini: egli parla di “considerazione perdonante” e dice: “dinnanzi all’altro che mi fa del male, io devo risalire a un punto interno in cui io mi senta madre di lui”: la misericordia come forma radicale di ragione, come forma radicale di giustizia. Anche i filosofi più acuti sono ancora lì faticosamente a conciliare l’amore e la giustizia. Invece la giustizia suprema, la giustizia reale, è quella di un amore che ha questa considerazione perdonante. L’uomo è essenzialmente l’essere che impara ad amare, l’essere capace di imparare ad amare in modo da trasformare tutto quello che ci abita, tutto quello che noi siamo, anche il dolore, in una risposta d’amore. La nonviolenza è tradurre questa risposta d’amore, nella storia, nella vita collettiva, dentro un altro codice, dentro un’altra prospettiva dove il pensiero stesso non sia più il primo passo della violenza.

Qui si ricompone anche la sproporzione tra il dolore e il valore; cioè tra la realtà insufficiente, con le sue negazioni, i suoi fallimenti, le sue miserie, e una realtà di valore così forte che non può essere neppure incasellata dentro la finitezza. Il valore, cioè, non è misurato dalla precarietà, dalla temporalità, dalla mortalità. Al contrario, lo sguardo sulla creatura umana, e su tutti i viventi, vede questo valore come infinito: nel valore dell’altro, di una creatura vivente, riconosco qualcosa che non merita mai di spegnersi, che ha un valore e un respiro che non possono essere riportati a qualche calcolo, a qualche quantità. Riconoscere questa sproporzione significa entrare nella nozione di realtà; quando non abbiamo un riferimento comune alla realtà ogni delirio è possibile. La vita non è un concetto astratto, è la comunità dei viventi, nello spazio e nel tempo. Non è che vivano solo i contemporanei: quelli che oggi respirano sono qui, visibili; c’è una trasversalità della vita che attraversa le epoche, che attraversa il tempo: quelli che noi chiamiamo i morti sono gli scomparsi, ma non sono i distrutti.

Al cuore della visione antropologica, poi sociale e politica, viene elaborata la nostra tensione religiosa. Essa non è un settore della realtà, un cassetto che alcuni (i credenti) aprono e altri (non credenti) chiudono: l’essere umano è religioso fin dalla nascita e, in senso antropologico, tende per sua natura a un orizzonte di senso, di valore, di spiegazione della realtà in cui ci sia qualcosa di sacro. “La religione non è che strumento di apertura”, dove la parola chiave non è apertura, ma strumento, per cui non è una casa, è una strada; non è il fine, è l’inizio di un percorso: se la considero come il sistema conclusivo, la verità in terra, la parte salvata dell’umanità, fraintendo completamente questa apertura religiosa dell’uomo e all’uomo. Non è da poco, del resto, l’ambiguità strutturale che accompagna le religioni: da una parte fanatici che ammazzano in nome di Dio, dall’altra santi che danno la vita per gli altri, e in mezzo un po’ di ipocriti che si barcamenano.

Noi nasciamo nella religione, ma essa è un guscio che deve spezzarsi, come si spezza il pane nell’eucarestia, come deve spezzarsi il potere nell’omnicrazia, nella politica democratica. Il guscio deve spezzarsi perché emerga la fede per la nascita di un’umanità nuova, si potrebbe dire di “umanità promessa”. La terra promessa è la trasfigurazione dell’umano che noi siamo, pur non avendola ancora maturata nella nostra esperienza, tantomeno nell’esperienza politica. Chi si ferma alla religione fa come il seme che non vuole entrare nella terra e così diventa sterile, marcisce.

Prima di liberarsi dal guscio, prima di accostare una magica liturgia con la prassi di giustizia del regno di Dio, occorre fare molta strada. Una strada in particolare: attraversare la notte oscura. È quella di Abramo che, col figlio, sale sul monte per il “sacrificio” che non avverrà. È la notte oscura del Cristo che – testimoniano i vangeli – “fu preso da angoscia, timore e spavento”, e comunica ai suoi più vicini “la mia anima è triste fino alla morte”. È la notte oscura della Hillesum, che il 3 luglio 1943, scriveva prima di essere tradotta ad Auschwitz: “Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente che si manifestava già in molti momenti della nostra vita quotidiana. É questa possibilità  che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità” (Roberto Mancini, Un altro sguardo sulla vita).

È quando la vita reale vissuta (corpo/carne) si dà, si consegna che si fa inizio della vita: vero sacrificio che ha senso. È quando inneschi non tanto gesti occasionali, simbolici, quasi mediatici, ma processi di liberazione, che la storia comincia a cambiare. Scriveva Paolo ai Romani: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto logico (spirituale). Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (12,1-2). ☺

 

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