Mobilitazione necessaria
5 Maggio 2015
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Mobilitazione necessaria

Dopo quasi sette anni, la scuola torna a fermarsi compatta. Ad annunciarlo dal palco della manifestazione delle RSU a piazza SS. Apostoli a Roma – in corso proprio oggi, sabato 18 aprile, nel momento in cui questo articolo viene scritto – sono stati i sindacati confederali.

Martedì 5 maggio, i lavoratori – docenti, Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) e dirigenti scolastici – aderenti a Flc-Cgil, Cisl scuola e Uil scuola, Gilda-Unams, Snals-Confsal scenderanno in piazza contro il disegno di legge sulla Buona Scuola, presentato dal governo e in discussione con tempi strettissimi in questi giorni in Parlamento. A questo punto, i Cobas della scuola che manifesteranno il prossimo 24 aprile, potrebbero decidere di revocare la loro protesta e aderire, compattando il fronte sindacale, a quella del 5 maggio. E annunciano la partecipazione anche gli studenti della Uds e della Rete studenti medi. È fiduciosa la reazione del ministro: sciopero ovviamente “legittimo” ma la riforma del governo ha dei “principi rivoluzionari”, dice Stefania Giannini. E aggiunge: “È una riforma che ha dei principi rivoluzionari dal punto di vista culturale, del metodo e della governance delle scuole. Sono certa – ha concluso – che quando sarà capita fino in fondo da tutti ci sarà un’accettazione ma soprattutto una partecipazione ancora più ampia di quella che abbiamo trovato”. Ma non basta uno slogan a fermare la piazza e a placare l’ondata di proteste mosse da umori che vanno dalla perplessità, alla rabbia, all’indignazione.

Era dal 30 ottobre 2008, quando tutti i sindacati manifestarono contro la riforma Gelmini, che la scuola non scendeva in piazza con tutte le sigle sindacali. Sei anni e mezzo fa, fu la riforma della scuola del governo Berlusconi a mettere tutti “d’accordo”; questa volta è la Buona Scuola di Renzi a convincere tutti i rappresentanti dei lavoratori. Dopo il balletto di strumenti parlamentari del premier – tra decreto-legge di marzo e disegno di legge di aprile – lo sciopero generale della scuola era nell’aria da settimane. Perché dal 3 settembre, quando il premier Matteo Renzi presentò le prime slide sul piano di riforma che il governo intendeva portare a termine in tempi brevi, i rappresentanti dei lavoratori non sono stati coinvolti nelle discussioni su tematiche di elevata complessità, come quelle della riforma della scuola. Anche se l’esecutivo “promette” di assumere 100mila docenti a settembre. E già sono solo i due terzi dei 150mila annunciati a ottobre.

“Quando si mette mano a questioni senza averne conoscenza e competenza – ha affermato senza mezzi termini dal palco della manifestazione di questa mattina Francesco Scrima, leader della Cisl scuola – si finisce come l’apprendista stregone e si rischia di fare danni incalcolabili. Questo sta facendo Renzi sulla scuola”. “Noi chiediamo l’immediata stabilizzazione dei precari – ha dichiarato Domenico Pantaleo, segretario generale Flc Cgil -, il rinnovo del contratto, e che si realizzi, finalmente, una scuola autonoma, libera da molestie burocratiche e basata sulla partecipazione e la cooperazione tra i soggetti che operano nella scuola e nel territorio. Del disegno di legge va cambiato tutto e noi non possiamo più aspettare”. “Non è una riforma (né tantomeno una buona scuola) – aggiunge Pantaleo – quella che si fa senza coinvolgere veramente i lavoratori che ci lavorano ogni giorno, ascoltando i loro bisogni”.

Secondo i sindacati, “i grandi assenti di questo disegno di legge sono un reale piano di investimenti e un piano di assunzioni anche per il personale Ata, che rischiano di compromettere il futuro della scuola italiana”. “Pretendere di cambiare la scuola – conclude Scrima – senza partire dalla loro conoscenza dei problemi, dalla loro esperienza, dalla loro competenza è un grave atto di presunzione ed è anche la ragione per cui stiamo assistendo da mesi a proposte ogni volta diverse, spesso addirittura stravaganti, ma sempre ugualmente lontane da ciò che servirebbe davvero alla scuola per cambiare in meglio”. Nelle scorse settimane, i sindacati hanno riunito docenti e Ata nelle province raccogliendo un grande dissenso e una grande preoccupazione soprattutto per la figura del preside-sceriffo cui Renzi vuole affidare le sorti della scuola del terzo millennio. Gli unici contenti del piano di riforma pensato a Palazzo Chigi sembrano proprio loro, i dirigenti scolastici, non a caso.

Le persone che sono confluite oggi a Roma, per dire no al progetto di scuola delineato nel disegno di legge e chiederne profonde modifiche, sono quelle che un mese fa lavoratrici e lavoratori, insegnanti e personale Ata, hanno eletto a stragrande maggioranza come loro rappresentanti nelle RSU.

Le liste presentate dai sindacati promotori della manifestazione hanno ottenuto, insieme, più del 90% dei consensi espressi. Poiché hanno votato 810.000 persone (oltre l’80% della categoria) si può dire che in piazza, oggi, ci dovrebbe veramente essere stata “la scuola”, quella di chi ogni giorno ne vive in diretta le difficoltà, i disagi e i problemi, mettendo in campo per risolverli le risorse della sua competenza e della sua passione.

Sono stati proprio i rappresentanti dei lavoratori i protagonisti della giornata, alternandosi sul palco con i segretari generali dei sindacati per ribadire con forza le richieste su cui da settimane il mondo della scuola è mobilitato: no a modelli di gestione autoritaria che stravolgono i principi di un’autonomia fondata sulla collegialità, la cooperazione e la condivisione; no a incursioni per legge su materie soggette a disciplina contrattuale; subito un piano di assunzioni che assicuri la stabilità del lavoro per tutto il personale docente e Ata impiegato da anni precariamente; sì ad organici adeguati al fabbisogno ma rispettosi della carriera e della persona dei docenti (guarire la scuola dalla supplentite sì, ma senza perdere decoro e dignità), sì al rinnovo del contratto (scaduto da sette anni), per una giusta valorizzazione del lavoro docente, avvio di una strategia di forte investimento su istruzione e formazione, recuperando il gap che separa l’Italia dagli altri paesi europei.

C’è altro da aggiungere? La mobilitazione è partita, per molti è solo proseguita con determinazione, le prossime settimane saranno decisive, staremo a vedere.☺

 

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