Nadia Comaneci: la farfalla senza sorriso
9 Maggio 2022
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Nadia Comaneci: la farfalla senza sorriso

Le preziose: con questo titolo apro articoli che parlano di donne di ieri, l’altro ieri, oggi che, come le preziose del settecento hanno agito o vissuto per lasciare il testimone alle altre.

Erano gli anni durante i quali il mare d’estate era Tortoreto: io, i miei figli, mia sorella Marisa Alberti Vittori. Erano gli anni in cui Carlo Vittori, ancora non era diventato il leggendario allenatore di Pietro Mennea e Pietro Mennea ancora non era diventato la leggendaria  freccia del Sud però tutti  guardavamo le Olimpiadi per lui. Nel 1976 a Montreal aspettavamo la sua vittoria. All’improvviso comparve per la prima volta lei, una ragazzina di 14 anni, 1,50 di altezza 40 di peso, un colibrì alle sbarre asimmetriche; con una tutina pudica, le maniche lunghe, un minimo di scollatura, volteggiò con movimenti sicuri, puliti, veloci; dopo il suo esercizio sul tabellone comparve 1.0 e ricordo che mio cognato urlò: ma che cos’è scherzano, l’allenatore Bela Karoly ebbe un attimo di rabbia e pensò ad una penalizzazione. Poi si sentì la voce commossa di un componente della giuria di premiazione che si scusò dicendo che il tabellone non prevedeva l’esercizio perfetto, la perfezione assoluta, per cui arrivava a 9.99. Dopo poco apparve il 10 e Nadia Comaneci iniziò la sua avventura mondiale.

Nadia nasce nel 1961 a Onesti, Romania, nel pieno del regime di Ceausescu. Un giorno, mentre gioca nel cortile della sua scuola, viene notata da  Béla Károly, celebre allenatore di nuove promesse; lui e la moglie Marta accolgono Nadia nella loro Accademia. II nuovo ambiente é tutt’altro che accogliente: i Károly considerano infatti le violenze fisiche e psicologiche fondamentali per il raggiungimento di una perfetta prestazione.

Le stelle nascenti della ginnastica artistica si allenano per otto ore al giorno, ripetendo gli esercizi infinite volte, venendo ricompensate con pochissimo cibo. La prima regola è infatti non ingrassare in alcun modo: la minima variazione di peso non permetterebbe a quegli esili corpicini di volteggiare in aria senza sbagliare di un millimetro. Anche l’acqua è razionata, e le ragazze sono controllate quando usano il bagno in modo che non bevano dal rubinetto o dalla doccia, allo scopo di evitare che si appesantiscano troppo lo stomaco. Ma le bambine aspettano a tirare lo sciacquone ed è proprio nell’unico momento di intimità che prendono un bicchiere e bevono dalla cassetta del WC. Alle Olimpiadi di Montréal del 1976 “Ero una bambina povera. La figlia di un meccanico e di una casalinga. Non avevo mai visto i Giochi Olimpici, nemmeno in TV. Ricordo la sorpresa quando al villaggio mi accorsi che tutto, dico tutto, era gratis. Persino il cibo: la pizza, i cereali, la ricotta, il burro di arachidi. Chi li aveva mai visti prima? Dico visti, perché il dottore della mia squadra ci teneva molto alla dieta. Addirittura, quando andavamo in bagno, dovevamo fare pipì con la porta aperta, perché era preoccupato che noi bevessimo dell’acqua. Ignoravo anche che esistesse l’anoressia. Io la chiamavo fame”. Le erano infatti consentiti pochi grammi di carne e verdure per ogni pasto, tre vasetti di yogurt e tre frutti al giorno. Pane, patate, zucchero, olio erano severamente vietati.

Le altre ginnaste in gara sono diverse, più grandi, più donne. Nadia invece, come le sue compagne della scuola dei Károly, sembra ferma in una pubertà eterna. Il corpo della Comăneci è infatti funzionale alla vittoria in un’epoca in cui gli atleti sono principalmente mezzi di propaganda. E proprio per questo la sua vittoria è un obiettivo non solo sportivo, ma anche politico: per la prima volta i riflettori sono puntati sulla Romania e la bandiera comunista sventolerà con fierezza.

C’è un giovane sportivo americano, che corre per schioccarle un bacio sulla guancia, é Bart Conner, che guarda con ammirazione la sua giovane quanto determinata collega. Ma gli occhi di Bart non sono gli unici a posarsi sulla ragazza; a notare Nadia è Nicu, figlio del dittatore Ceausescu, uomo violento che, senza chiedere il permesso, si prende il corpo e l’anima dell’atleta. Gli anni successivi a quell’incontro sono per Nadia una sorta di discesa verso gli inferi: intrappolata in una relazione violenta, la ragazza scivola nei luoghi oscuri dell’anima dove nessuno vorrebbe andare mai. Abusa di cibo e ingrassa, si allontana da tutto e da tutti, persino dallo sport, fino a tentare il suicidio bevendo della candeggina. Riesce a salvarsi, il regime occulta tutto così deve ricominciare, da capo. Deve tornare a essere la splendida campionessa per la quale il Paese è orgoglioso, così lo fa, sola e rassegnata. Sente anni dopo che qualcosa va cambiando: una sera sale su un autobus, le viene chiesto biglietto, lei stupita guarda il trasportatore e dice: ma io sono Nadia come per dire io sono il centro della Romania, l’eccelsa, la fata dei Carpazi. Il trasportatore per compassione forse la lascia scendere senza fare storie, passa poco tempo e Nadia capisce che vuole farla finita, vuole scappare approfittando di alcune amicizie.

Nel 1989, il regime inizia a vacillare e Nadia tenta la fuga. Raggiunge a piedi l’Ungheria, la prima tappa di un lungo e buio viaggio che la porta negli Stati Uniti. Non cera alternativa. Meglio morire, mi sono detta, piuttosto che vivere da ricca, con tanti gioielli nel cassetto, tanta servitù, lauto blu con autista in livrea e senza la libertà di muovermi come volevo, di andare dove volevo e di parlare con chi volevo. No, non potevo ricevere nessuno, né a casa mia né nei lussuosi alberghi in cui alloggiavo, viaggiando per la Romania ed in tutto il mondo, quando il signor Nicu Ceausescu ed il suo potentissimo padre Nicolae mi esibivano, sfruttando la mia popolarità, come fiore allocchiello del regime. Ho rischiato di morire quella notte, certo, ma ho conquistato la libertà, che è il bene più prezioso per tutti, ricchi e poveri.

La aiuta a fuggire Constantin Panait. In America chiede l’asilo politico. Ma quello non è l’inizio della sua nuova vita, no, perché il salvatore dell’atleta, colui che l’ha aiutata a scappare, si trasformerà nel suo nuovo aguzzino. Ma questa è una storia di dolore e di rinascita e quella di Nadia, anche se attesa e sofferta, sta per arrivare. Nel 1990 Nadia e Bart si ritrovano in uno studio televisivo. Sono passati 16 anni dalle Olimpiadi di Montreal del 1976, quando si erano conosciuti. Diventano amici e lui l’aiuta a liberarsi della relazione tossica che sta vivendo con Constantin. Lavorano insieme. Quattro anni dopo si fidanzano. Due anni dopo si sposano in Romania, proprio nella sua Bucarest, nella villa che era stata il suo carcere dorato, la stessa dove aveva cercato la morte. Torna lì per celebrare la ritrovata voglia di vivere, torna lì per celebrare la sua rinascita dopo gli anni terribili vissuti da schiava.☺

 

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