Natali in filigrana
16 Dicembre 2019
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Natali in filigrana

Era il tempo in cui l’odore di caramello sovrastava le cornici delle porte ed entrava di prima mattina fino ai lembi del letto, prima che Franco (mio padre) ci svegliasse con la tazzina della miscela Leone, chiamata pomposamente caffè e dicesse – su, sono le sei – devi ripassare i compiti, fare il letto e poi tutti uscire per andare al proprio lavoro.

Questo era il buongiorno amoroso di Franco come la buonanotte era mettere in fila le scarpe, vicino ad uno sgabello azzurro con dentro spazzole e scatole di cromatina, iniziava a lucidarle tutte perché dovevamo essere perfetti alla nostra uscita la mattina. Un altro suo compito amoroso era quello di sbucciarci la frutta: la mela, la pera, le arance dalla cui buccia ricavava una margherita o “gli occhiali” che io e Bianca indossavamo come gran dame rompendoli quasi all’istante.

Era il tempo in cui Amalia (mia madre) spianava sul marmo della cucina il caramello bello doppio per metterci le mandorle e poi fare lunghe strisce di croccante o la giuggiolea che era una variante del croccante alle mandorle realizzata con semi di sesamo oppure impastava mostaccioli, biscotti, pasticcini, ciambelle, pizze rustiche, tutto quello che anticipava le feste natalizie e che Amalia, al ritorno da scuola, preparava per chiudere poi il tutto in varie scatole di latta.

Era il tempo in cui nel corridoio venivano messe delle lunghe assi su sgabelli ed iniziava – ai primi di dicembre – la preparazione del presepe. Tutti partecipavamo alla sua costruzione: Franco era il costruttore di acque del mulino (piccolo ingegno con motore che faceva scorrere acqua), Amalia ideava alcune casette nuove che sostituissero quelle decapitate dell’anno precedente, Domenico ne costruiva alcune di cartone che dipingeva per unirle al paesino arroccato con rocce montagne vere che era il nostro presepe. Mettere il muschio e la neve che era farina, era il mio compito preferito. A volte mettevo tanta farina, troppa ché il monastero con i fraticelli, confinato ai piedi della montagna, era quasi sepolto ed il pastore dormiente con le sue dieci pecorelle dalla più piccola, che aveva sulle spalle, a quella più vicina alla mangiatoia erano totalmente innevati. Il carretto del macellaio e quello del venditore di acqua erano belli grandi e non riuscivo a coprirli come avrei voluto e spiccavano con il loro giallo ocra sugli angeli dorati appesi alla grotta dove Maria con un mantello azzurro, Giuseppe con bastone ed aria china sulla mangiatoria quasi abbracciato al bue ed asinello si incrociavano all’inizio del pagliericcio che avrebbe ospitato Gesù. Lui l’avremmo messo la sera della vigilia, a mezzanotte, dopo un giro di baci.

Era il tempo in cui il tredici scattava la novena che indicava l’arrivo degli zampognari che giravano di casa in casa a suonare tu scendi dalle stelle  con flauto e zampogna. In ogni casa veniva loro offerto da bere e qualche dolcetto dato che arrivavano infreddoliti, con l’odore di pecore, muschio e campagna.

Era il tempo in cui, fuori, Campobasso era già merletti e filigrana. Silenziosamente arrivava, quasi sempre di notte, la neve che copriva e azzerava il mondo di ogni colore; il vento che ululava creava merletti ovunque: ghiaccio e spade che sembravano avvolgerci in un mondo senza scampo e senza oblio.

Era il tempo in cui la neve diventava una collina gelata davanti alla nostra finestra e Domenico e dei suoi amici talvolta anche Marisa – io e Bianca no eravamo piccole ed era troppo pericoloso – andavano con lo slittino a “scapicollarsi” alla discesa della collinetta. Quegli slittini spesso cerchioni, scatoloni di cartone piegati, erano il divertimento di pomeriggi interi finché il sole brillava.

Era il tempo in cui si stava a casa, a giocare con i vestiti di carta disegnati da Amalia e creati per le nostre bambole di carta con ricchi guardaroba, a volte anche cappelli e manicotti.

Era il tempo in cui giocavamo in camera di Domenico con i “soldatini di piombo” prendendo le due o tre stuoie scendiletto che erano pelli di capra che erigevamo a montagne. Li distribuivamo su due fronti, Marisa e Domenico da una parte ed io e Bianca dall’altra parte del fronte: gomme, palline di carta spedite con cerbottana erano i nostri proiettili. Ovviamente vinceva sempre Domenico mentre Marisa fungeva anche da crocerossina con una fascia bianca e croce rossa disegnata sul braccio e portava i soldati colpiti in un ospedale – una scatola da scarpe – che conteneva morti e feriti in ugual misura. Domenico, abile e preciso, ci sterminava ed io e Bianca sconfitte, prima della perdita definitiva, ci ritiravamo dicendo che ci eravamo scocciate con quel gioco violento e stupido ed andavamo via sbattendo la porta.

Era il tempo in cui i regali confezionati di nascosto da Amalia e Franco erano la casa per le bambole (5-6 anni) costruita in legno e arredata in maniera magica (palline di ping pong scatole di fiammiferi) con lampadari, letti, sedie, tutto al suo posto, una camera da letto, un soggiorno, una cucina; gli immancabili baschi, guanti e sciarpe che arrivavano come dono alla Befana. Per i tanti ricordi della nostra infanzia non possiamo chiamare nessuno a riceverli a darli e dirli di nuovo al cuore; l’unica è lei quella bambina che mi sta davanti in una foto ed ha gli occhi che sono furbetti e grandi.

Ebbene, allora, quella bambina era molto felice, il suo sguardo serio e indagatore non era segno di tristezza ma solo di avidità di guardare dentro le cose perché era convinta di avere un dono raro,quello di sapere attingere il senso da esse. Era ancora incolume al sorriso non dato, alla risposta affrettata, alla contumacia conquistata con la freddezza degli sguardi.

Ero io dunque quella bambina chiara stampata a terra e ancora oggi la disseterò, sarò ghiaccio con lei e con lei avrò la corona della regina dei ghiacci? Compare dietro il merletto della vetrata la vera regina – Amalia lo sguardo verdecupo s’addolcisce e mi sussurra – facciamo la granita?-☺

 

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