Nell’abisso della misericordia di dio
15 Febbraio 2019
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Nell’abisso della misericordia di dio

Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e… io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?” (Gio 4,10.11).

Il Libro del profeta Giona (che vuol dire “colomba”) risale con molta probabilità al periodo post-esilico, alla fine del dominio persiano, dopo le riforme religiose e sociali promosse da Esdra e Neemia. Si tratta di un periodo in cui la comunità giudaica, desiderosa di rinascere sul piano religioso e civile dopo la catastrofe dell’esilio, si pone in un atteggiamento di chiusura e di autodifesa, inasprendosi contro i samaritani che si erano opposti alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme e contro gli stranieri, lottando contro i matrimoni misti (Esd 9,12; [10,44]). Ma si tratta anche di un periodo in cui appare un atteggiamento di apertura verso gli altri popoli: il Deutero-Isaia parla dello statuto missionario di Israele tra i pagani, il libro di Rut ha per protagonista una straniera moabita, antenata del re Davide e del Messia (cf. Mt 1,5) e il libro di Giobbe presenta la storia di un non ebreo che, attraverso un cammino di prove, sofferenze e contestazioni, approda alla fede nel vero Dio.

Il Libro di Giona si presenta come un racconto didattico che tratta la vicenda di Giona, figlio di Amittai, un profeta sconosciuto del regno del nord del quale non vengono fornite particolari informazioni se non che avesse profetizzato l’ampliamento dei confini di Israele sotto il regno di Geroboamo, figlio di Ioas (cf. 2Re 14,23-25). La storia narrata è una finzione letteraria: in essa compaiono vari motivi fiabeschi, come il pesce che inghiottisce Giona e poi lo vomita sulla riva dopo tre giorni, e come la pianta di ricino che nasce e cresce in una notte e muore in un brevissimo arco di tempo. La narrazione è pervasa da ironia, espediente letterario che aumenta il pathos, e l’autore “destoricizza” intenzionalmente al fine di invitare ogni lettore ad attualizzare i vari attori della scena.

Giona viene chiamato da Dio e inviato a Ninive (“la città dei sangui”, Na 3,1), capitale del Nemico (gli Assiri, che nel 720 a.C. avevano devastato il regno del nord). Dinanzi a questa missione, il profeta fugge e s’imbarca nella direzione opposta. Durante la traversata, si scatena una tempesta e i marinai, sgomenti per la violenza del mare, dopo aver pregato le loro divinità e alleggerito la nave il più possibile, chiedono a Giona di palesare la sua identità e di pregare il suo Dio. Il profeta si riconosce colpevole e chiede di essere gettato in mare. Finisce così nel grembo di un pesce e invoca il Signore proclamandolo suo salvatore. Rigettato dal pesce sulla riva, riceve una nuova chiamata divina per Ninive e questa volta l’accoglie. Giunto in città pronuncia un oracolo di distruzione (di cui egli attende imperterrito il compimento!) che muove tutto il popolo alla penitenza e al cambiamento. Dinanzi all’azione misericordiosa di Dio che decide di risparmiare Ninive, il profeta si arrabbia contro Dio e invoca la morte. Ma il Signore interviene e lo istruisce mostrandogli la sua piccolezza nell’attaccarsi a cose da niente (la pianta di ricino offertagli per ripararsi dal sole cocente) anziché aderire allo scopo di ogni parola profetica: la salvezza dei suoi destinatari!

Giona è tipo di ogni uomo che per arrivare a conoscere le sue risorse deve prendere contatto con i suoi limiti, che per poter gustare la bellezza della sua missione deve comprendere la necessità di uscire dal rancore e vivere alla presenza ossigenante di Dio per sintonizzarsi con il suo cuore. È tipo di ogni uomo integralista messo in crisi dalla rivelazione di un Dio superlativamente buono che vuole salvarci dal peccato e immergerci nell’abisso della sua misericordia.

La Bibbia mostra spesso la tensione tra il particolarismo e l’universalismo della salvezza. Spesso il messaggio della fede viene frainteso e si pensa che alcuni meritino la salvezza più degli altri. Per la Scrittura l’elezione, come anche svolgere un qualsiasi compito di autorità, non è un privilegio, ma una missione: quella di aderire alla salvezza propria e di servire quella altrui.                                                                                                                        

 

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