neutralità condannata  di Michele Tartaglia
27 Aprile 2012
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neutralità condannata di Michele Tartaglia

 

Una volta vinta la fatica di leggere un testo complicato come l’Apocalisse, si può intuire il perché e per chi è stata scritta. Dietro le descrizioni di bestie improbabili e di animali chimerici si nascondo i simboli di due mondi che, pur coabitando, sono uno l’opposto dell’altro, rappresentando due modi di intendere la vita, il rapporto con Dio e le relazioni umane. Il mondo delle bestie è quello in cui c’è il forte che si impone sul debole, il primato del denaro e del potere, l’ostentazione della ricchezza e la mercificazione dell’uomo. Il mondo invece degli animali chimerici, come l’agnello che ha sette corna e sette occhi (Ap 5,6), è quello di chi vive a servizio, di chi dona la vita, di chi mette l’uomo prima delle cose e sopra tutti vede Dio come unico Signore, demitizzando il potere che vuole essere adorato e temuto.

L’umanità viene a trovarsi tra questi due mondi ed è chiamata a scegliere da che parte stare: la neutralità non è contemplata, anzi viene aspramente condannata, perché in realtà nasconde un modo deresponsabilizzante di prendere la parte di chi si impone con la forza, perché quando si assiste al sopruso e all’ingiustizia senza reagire si diventa di fatto complici di chi commette il male. L’Apocalisse, quindi, prima di essere un giudizio sul potere prepotente dell’impero enunciato dalla periferia dei reietti della storia in mezzo ai quali si è collocato Cristo crocifisso, è un appello alle comunità cristiane, alle quali l’autore scrive ben sette lettere (Ap 2-3), perché non si facciano affascinare da un modello sociale che sembra promettere benessere, perché esso è destinato solo a chi tace, chiude gli occhi sulle ingiustizie perpetrate dal potente di turno, accetta di usufruire di privilegi che provengono dall’aver ridotto alla fame interi popoli di cui non si conoscono i volti e le storie.

È importante sottolineare che l’Apocalisse non comincia con un giudizio sul mondo ma sulla comunità che è inserita nel mondo e che deve decidere se stare dalla parte degli ultimi oppure lasciarsi ammaliare da un potere che si presenta come benefattore, che guarda con simpatia chi gli rende culto avallando la sua voracità. Nelle lettere scritte alle comunità c’è un vero e proprio esame di coscienza che fa emergere i due atteggiamenti che fin dall’inizio hanno caratterizzato il cristianesimo: da un lato la resistenza fino alla morte di chi ha negato ogni compromesso con il sistema, esponendosi alla persecuzione, come la figura di un certo Antipa (2,13), che è morto martire nella città di Pergamo, dove si praticava il culto imperiale, come segno di fedeltà al sistema economico-politico dominante: Antipa si è semplicemente rifiutato di rendere culto all’imperatore e ciò fa comprendere perché i cristiani furono perseguitati in un contesto culturale di per sé tollerante verso tutte le religioni; in realtà i cristiani e Gesù in primis non furono perseguitati per motivi religiosi, ma politici, perché con il loro stile si opponevano di fatto a un sistema che era basato sulla disuguaglianza e sulla divisione sociale. Tuttavia non tutti i cristiani hanno compreso la radicale alternativa dello stile evangelico ed è per questo che l’autore dell’Apocalisse arriva a formulare un monito feroce verso un tipo di comunità, come quella di Laodicea, che si professava cristiana probabilmente solo in termini religiosi, ma non vivendo di conseguenza uno stile etico corrispondente, scegliendo di mantenere uno status sociale elevato, anziché mettersi dalla parte degli ultimi: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,15-21).

L’idea di un Gesù che sta alla porta e bussa forse fa riferimento proprio ai poveri che sono messi ai margini della società e che attendono di essere soccorsi. La comunità non può semplicemente rimanere chiusa nelle sue sicurezze ma deve aprire le porte e fare le sue scelte, compromettersi con chi non ha parte nel sistema. Solo in questo modo riconosce Gesù come suo Signore e si mette realmente al suo servizio.☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

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