nichilismo e umanesimo
1 Ottobre 2011
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nichilismo e umanesimo

 

Qual è colüi che sognando vede,

che dopo 'l sogno la passione impressa

rimane, e l'altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa

mia visïone, e ancor mi distilla

nel core il dolce che nacque da essa.

Dante, Paradiso XXXIII

La prima cosa in cui ho creduto, con una fervida e pura convinzione, è stato Babbo Natale. Me lo immaginavo come un uomo magnanimo e festoso, impegnato con entusiasmo nella sua casa artica a valutare quanti e quali fossero i bambini buoni e bisognosi, meritevoli di un regalo. Ci pensavo con intensità e dedizione, come ad una figura angelica ma che per me era più di un angelo, rallegrandomi che esistesse un uomo così buono.

Negli anni più maturi della mia infanzia mi resi conto che Babbo Natale era una leggenda, ma accolsi la scoperta con animo sereno, rimanendo affezionata all’idea della sua esistenza che continuavo a ritenere molto bella. Intanto avevo conosciuto la religione e con essa una figura ancora più misteriosa e affascinate del mio recente eroe, Cristo. Le sue parole, che avevo modo di sentire in chiesa o al catechismo, mi sembravano contenere un’incontrovertibile verità e un senso della giustizia che desideravo emulare. Ritenevo indiscutibilmente giusta la scelta di abbandonare i beni materiali e di vivere in povertà e Cristo mi sembrava un uomo dolce e indifeso che aveva avuto la sfortuna di ricevere su di sé tutta l’ingratitudine del genere umano.

Già dalla prima adolescenza iniziai a sviluppare una razionalità che, unita ad una certa insolenza giovanile, mi portò a rifiutare la religione, senza tuttavia rifiutare Cristo. Intanto ero venuta a contatto con le prime idee politiche e con dei libri che mi infiammavano perché mi indicavano prospettive sul mondo e sulla società che fino a quel momento avevo ignorato. I ricchi sfruttavano i poveri, i potenti sfruttavano i deboli, molti non erano consapevoli della loro condizione, l’ignoranza era utile al potere che dominava con l’inganno. Provai con insuccesso a leggere Il Capitale, ma per tutta una serie di ragioni mi ritenevo una comunista e lo ostentavo, ma la mia speranza in una fratellanza tra gli uomini era reale e vedevo nella politica la possibilità di realizzarla.

Con il tempo capii che non avrei voluto una società comunista: donne e uomini liberi mi avevano fatto capire che anche imporre il proprio pensiero è un atto di arroganza, e così ruppi un argine nella mia mente, aprendomi ad una visione laica e libera ma non per questo priva di risentimento verso il male. Non avevo intenzione di distaccarmi dalle verità del comunismo, del cristianesimo, dell’anarchismo, del femminismo. Credevo nell’amore per gli uomini e per la natura, nel fatto che un filo d’erba non valesse meno di un giorno di lavoro delle stelle, come scrive il poeta. I problemi andavano risolti secondo una gerarchia: prima venivano i deboli, i poveri, i malati e quelli ai margini della società, parallelamente bisognava dare un valore sacro della natura, e poi occuparsi del resto. Non che mettessi in pratica le cose in cui credevo ma ambivo a diventare una persona coerente.

Questa è stata l’ultima tappa del mio pensiero. Di colpo, o forse gradualmente, senza rendermene conto ho iniziato a non credere in niente. Come se avessi sempre camminato sulla terra e poi, senza scegliere, fossi caduta in un fosso dove tutto è uguale, buio, senza distinzioni tra il bene e il male. Il cibo c’è, da bere c’è, gli amici ci sono, ci divertiamo, parliamo, trascorriamo placidamente le nostre giornate e intanto cresce una disperata aridità dell’anima.

Non rinnego nessuna idea ma al tormento e alla gioia della ricerca (“solo chi non ha pace può darla”) si sostituisce l’indifferenza, mentre le belle parole sulla morale mi fanno sentire come una rana  gonfia del suo nulla. Se qualcuno mi dice che non ho nulla per cui lamentarmi non so cosa obiettare: sono viva. Quando sento parlare di ingiustizia sento un pizzico, come quelli delle iniezioni, e niente di più. Sembra che siano passati 200 anni da quando sognavo e sono come colui che dopo il sogno conserva un’impressione evanescente di ciò che ha visto, senza che alla mente ritorni altro. Ho la sensazione che ci sia stata una volontà di essere responsabili e onesti, di mantenersi  puri, di non tradire, che viene da una passato  remoto…

Accendo la radio. Il caso vuole che ci sia un concerto di musica classica. È incredibile che questa armonia venga dall’uomo e che anche il bene possa  venire dall’uomo… si può dunque ancora credere in lui, ripensare un umanesimo?

Non posso ignorare questa domanda. Quando la povertà nel mondo non ci dice più niente sulle nostre responsabilità, quando ci identifichiamo con gli sfruttatori, quando il lavoro degli altri per noi non ha valore e non sentiamo la fatica del nostro prossimo come la nostra, quando non abbiamo più rispetto per la malattia e per la morte, quando veniamo meno ai patti, quando non riusciamo a unire i nostri intenti, quando la poesia e la musica non ci dicono più niente: noi siamo diventati niente.

Il nichilismo è questo, la volontà del nulla, un atteggiamento di fuga che sottintende il disgusto per il mondo reale. Se l’uomo è stato in grado di creare opere e invenzioni di straordinaria bellezza, sarà dunque in grado di trovare la necessaria risposta all’annichilimento della sua anima?☺

micheladimemmo@email.it

 

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