No biomasse
30 Ottobre 2014
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No biomasse

Ci risiamo: ancora una volta, un’ amministrazione pubblica, quella regionale, ipoteca una parte incantevole del territorio molisano, disponendo la costruzione di due centrali a biomasse, a Campochiaro – da 1 megawatt – e a S. Polo Matese – di circa 10 megawatt -, in palese sfregio di regole democratiche, quali la trasparenza, la democrazia partecipata e responsabile della popolazione dell’area matesina, e di un normale buon senso, che precluderebbe la possibilità di un insediamento industriale così pericoloso a ridosso di aziende casearie, i cui prodotti sono esportati anche nei paesi della UE.

Di qui, gli abitanti e le amministrazioni dei 12 paesi della pianura matesina si sono ribellati, ritenendo le centrali a biomasse dannose alla salute dei cittadini di oggi e a quella delle generazioni future. Infatti, dai camini delle centrali a biomasse fuoriescono, tra gli altri, gas tossici – come CO2, anidride carbonica – uniti alle micro o nanopolveri terribilmente nocive per l’ambiente e per la salute delle popolazioni.

L’unità compatta della lotta, la chiarezza dei giudizi avversi all’ istallazione di questi impianti, la solidità delle proposte alternative finalizzate alla valorizzazione di un’area geografica, la cui vocazione è quella turistica, quella agro-alimentare (con prodotti di alta qualità), nonché alla realizzazione del Parco del Matese ci hanno molto impressionato.

Lasciamo, sia pure a malincuore, queste valutazioni e soffermiamoci sulle ragioni che interessano la partecipazione di Libera contro le mafie a questa esemplare battaglia di civiltà al fianco del comitato delle mamme matesine, del gruppo dei giovani, della popolazione di questa area geografica.

Una ragione fondamentale riguarda il dibattito politico e culturale in Italia intorno alle “riforme” costituzionali: il Titolo V della C.C.; l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori; la modificazione concettuale del Senato, i cui membri – 100 – non saranno più eletti dal popolo, ma saranno esponenti delle amministrazioni locali, quindi partner vincolati al governo centrale, al quale essi debbono obbedienza e sottomissione con in cambio l’immunità parlamentare; l’abolizione delle province i cui membri sono eletti dagli stessi amministratori comunali con buona pace della democrazia popolare; il fiscal compact; la spending review, etc. Ebbene tale dibattito è apparso (come oggi appare!) “proibito”, “interdetto”.

Un esempio chiaro a molti è il fiscal compact, che nell’ordinamento giuridico italiano è contenuto nella Legge 243 del 24 dicembre 2012. Tale norma impone uno spietato aut aut della troika europea alle singole nazioni della UE: o queste accettano la regola della estrema austerità e il non superamento del 3% del PIL – penalizzando, quindi, gli investimenti pubblici che potrebbero dare una mano ad uscire dal rigore e dalla depressione economica -, o sono fuori dalla UE. Opporsi non è lecito, è proibito; chi si contrappone a questa logica, per noi oppressiva ed illegale, viene considerato un “non moderno”, un “passatista”, un “nostalgico” e quindi “assolutamente pericoloso” per la classe dirigente. A questo proposito non possiamo dimenticare quanto è successo all’ex premier socialdemocratico greco, Papandreu, che avrebbe gradito di lasciare al popolo ellenico la decisione di conservare la moneta unica europea, l’euro, o tornare alla dracma. Quello che gli è capitato appena dopo è stato di aver dovuto lasciare il ruolo di capo del governo, dovendo assistere inerme all’immiserimento della popolazione e alla perdita quasi totale dell’autonomia decisionale, cioè della propria sovranità nazionale. Pertanto, confutare e contrapporsi alla troika europea, controllata ossessivamente dal governo tedesco, appare, a causa della classe dirigente che abbiamo, non solo arduo ma anche praticamente impossibile. A tutto questo si aggiunge un altro elemento che genera forti preoccupazioni ed è la complicità consapevole della maggior parte dei media, i quali non solo parlano della necessità del rigore ma sono anche collusi con i grandi trust, cosa che acuisce il disagio grave per quanti cercano di capire i meccanismi dell’austerità impostaci. La “zona grigia” delle colpevoli complicità si è spaventosamente ampliata. Il fiscal compact, dunque, impedendo di trovare risorse per finanziare le spese relative agli investimenti pubblici, acuisce il divario fra le generazioni, aggravando le condizioni socio-economico-esistenziali dei giovani.

Una seconda motivazione, fondamentale anche questa, è relativa alla difesa non nostalgica ma progressista del nostro territorio, su cui ci siamo soffermati all’inizio. La massiccia presenza della popolazione, che contesta con decisa forza l’establishment politico attuale per le sue assurde proposte di sviluppo industriale della regione, ha spinto per la seconda volta, nel giro di qualche mese, la classe politica regionale (Ruta e Frattura) a correggere di 360° il suo percorso programmatico, imponendole l’ abbandono di scelte industriali (l’autostrada, le Gran manze, le biomasse,  ed altro) non soltanto improvvide ma anche trasgressive dell’equilibrio fra l’ambiente, il paesaggio e l’uomo. A noi preme una politica di sviluppo regionale che valorizzi il territorio sulla base della sua antica vocazione agro-turistico-culturale che si accompagni all’impiego dei giovani e alla riscoperta delle antiche professioni artigianali che cooptino uno sviluppo regionale ecosostenibile. Noi, quando parliamo di “antico”, non intendiamo il recupero di un sogno o di un mondo, ormai collassato e morto, ma di una filosofia industriale che metta d’accordo la tecnologia con le tradizioni imprenditorial-produttive della regione Molise.

Infine, c’è una ulteriore motivazione non secondaria che dà forza ed energia al nostro voler essere presenti sul territorio; essa attiene alla imperiosa presenza del “capitale”, cioè della “finanza internazionale” che ha fatto della globalizzazione delle merci e della creazione di nuovi bisogni il suo feticcio ideologico: concerne il danaro a tutti i costi, la “miseria”, oltre che economica anche etica, a cui è ridotta la popolazione; riguarda, poi, l’aggressione “volgare” e impudente alle istituzioni democratiche che le lotte di anni hanno costruito e sorretto nel tempo; si riferisce anche alla corruzione pervasiva che si diffonde nei gangli della società come un terribile cancro. Il nostro pianeta ha due chance: è destinato all’autodistruzione (per colpa delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria) oppure potrebbe conoscere una palingenesi, possibile grazie ad una rinnovata aggregazione civile e politica di masse popolari, la cui strategia sia quella di contrapporre al feticcio neoliberistico una visione ideologico/utopistica di difesa dell’habitat, in sintonia con uno sviluppo sostenibile autenticamente alternativo, condiviso dalle comunità locali. ☺

 

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