Noi e la Cina
25 Gennaio 2016
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Noi e la Cina

Vorrei cogliere l’occasione di questo mio viaggio all’Università di Pechino per evitare di occuparmi delle solite frasche di casa nostra (Renzi, Grillo, Berlusconi, Frattura…) e fare una breve riflessione su una delle querce che decide del futuro del mondo. Nei tempi giovanili, quando la Politica bruciava i nostri anni, diversi di noi erano soliti ripetere e gridare nelle manifestazioni una frase classica: “la Cina è vicina”. Era un abbaglio, un errore e un’illusione senza fondamento. Sono passati quasi cinquanta anni, la Cina non solo si è avvicinata, ma è entrata nelle nostre case, nei luoghi di lavoro, nei mercati, nella sostanza è diventata parte del nostro sistema sociale ed economico. Paradosso e nemesi della storia, quel che non si è potuto con il libretto rosso di Mao, si è realizzato con le riforme di Deng. Avevamo inseguito l’eguaglianza maoista, la fine della divisione sociale del lavoro, i medici dai piedi scalzi e l’alfabetizzazione dei contadini e oggi ci ritroviamo nei nostri  mercati  le merci cinesi, e come effetto della nostra miopia e dell’aggressività del neocapitalismo cinese sono cambiati in peggio i nostri diritti del lavoro e dello stato sociale. La globalizzazione finanziaria, economica e tecnologica ha aperto le porte in ogni angolo del mondo al capitalismo, le riforme e il famoso “gatto” di Deng hanno preso il topo capitalista e hanno proiettato nel mondo un miliardo e trecento milioni di cinesi cambiando la Cina e anche le nostre vite.

Senza voler mettere le brache al mondo, siamo nel pieno, forse, dell’ultima rivoluzione del capitale che sta cambiando nuovamente la storia. La classe dirigente nostrana, persa nelle sue beghe provinciali, neppure si avvede di quanto grande sia l’ipoteca che cinesi, indiani, vietnamiti, questo immenso mondo asiatico già oggi esercita sulle nostre esistenze. Ne ha piena consapevolezza l’amministrazione degli Stati Uniti che è molto più aggressiva con la Nuova Cina, di quanto non lo fosse con la Cina comunista di Mao. Gli americani pericolosamente tentano di arginare queste nuove potenze, pericolosamente con le provocazioni militari e seguendo l’antico motivo romano “divide et impera”, pericolosamente con le guerre commerciali e, soprattutto, con la sfida nel cyberspazio che si configura come la guerra virtuale del futuro che può aprire le porte alla guerra reale.

Nella nostra Italia alcuni ciarlatani di professione continuano a ripetere il ritornello: lasciamo ai Cinesi la produzione dei manufatti e delle chincaglierie, noi ci riserviamo la qualità e l’innovazione. Sono degli ignoranti o più probabilmente dei mestatori; in Cina e non da oggi, gli investimenti in tecnologie, nella ricerca e nel lavoro qualificato hanno raggiunto livelli altissimi e i risultati sono già importanti in ogni campo da quello sanitario, alla produzione classica. Nel seminario dell’Università di Pechino si sono affrontate due questioni solo apparentemente distanti: welfare state ed anziani, soft power e cultura nel mondo. Questo nuovo, impetuoso sviluppo economico della Cina sta innescando nella stessa realtà cinese un vera bomba sociale. Oggi in Cina vi sono 100 milioni di anziani, entro trenta anni vi saranno seicento milioni di anziani, un popolo di anziani pari a tutta la popolazione europea, Russia compresa. Non dovrebbe sfuggire che questo grande problema non è una questione solo cinese. Come la condizione di vita del lavoratore cinese ha cambiato la vita dei nostri lavoratori, così la risposta sociale, economica e culturale che i cinesi daranno a questa epocale emergenza cambierà la vita dei futuri pensionati di casa nostra e del nostro welfare state.

La classe dirigente cinese intanto pensa di affidarsi alla liberalizzazione sul numero dei figli, sperando così di avere un nuovo equilibrio fra giovani e anziani e al pensiero e alla dottrina di Confucio tentando così di ritornare alla famiglia antica e all’amore filiale. Sono due strade che non porteranno molto lontano, l’ideologia individualista e consumista che come un onda anomala è entrata nella società cinese, ridurrà di molto l’efficacia di queste strategie. Non ho mai visto tante renne, tanti alberi di natale, babbo natale compreso, come nelle vie di Pechino. In realtà i cinesi si troveranno sempre più a fare i conti con un vuoto di cultura nella organizzazione della società, del mondo del lavoro e delle relazioni fra gli individui che non è diverso da quello che abbiamo da tempo in Occidente. È un vuoto che pericolosamente, da quando è declinata la potenza americana, vediamo ancor più nel grande disordine globale, nelle guerre, nei terrorismi e nelle crisi economiche che devastano il mondo da almeno venti anni. Di ciò la classe dirigente cinese è pienamente consapevole, infatti nelle università, nei centri di ricerca si discute del soft power, il quesito è semplice: quale potere dolce, quale cultura deve governare le società e il mondo?  È una nuova e decisiva sfida che i cinesi lanciano a se stessi e al resto del mondo.

È una sfida alla quale l’Europa, se esistesse, guardando alla sua storia potrebbe dare un grande contributo. Tutto sommato passando dall’infinitamente grande all’ infinitamente piccolo è quello che cerchiamo di fare nella nostra piccolissima provincia molisana. Nella speranza che questa nostra esperienza possa influenzare la piccola e poi la grande Politica e, comunque, con la certezza che un giorno potremmo ripeterci “abbiamo fatto e abbiamo salvato la nostra anima”. ☺

 

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