Non siamo in umbria
12 Settembre 2021
laFonteTV (2021 articles)
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Non siamo in umbria

Stamattina aprendo Facebook mi sono imbattuto in una delle tante pagine che promuovono con passione e amore il nostro Molise, pubblicizzandone scorci, paesaggi, tradizioni, cultura, cucina e quant’altro. In un tempo in cui ciò che non appare sui social sembra che non esista (ma… “su questo ti ascolteremo un’altra volta”), ritengo che questi strumenti siano quanto mai utili per facilitare la promozione e la conoscenza della regione a più livelli, anche e soprattutto per chi come me vi si è trasferito da poco e, da straniero trapiantato, deve ancora conoscere tanto, tantissimo di questa straordinaria terra. E così, soprattutto negli ultimi mesi di restrizioni e divieti di spostamenti dovuti alla pandemia, ho potuto “conoscere” tanti aspetti del nostro Molise più navigando sui social che non – ahimè! – mettendoci piede di persona. Ma è già stata così una continua, piacevole scoperta!

Stamattina, però, sono stato colpito negativamente da un post, sicuramente scritto in buona fede ma che, a mio parere, sortisce esattamente l’effetto contrario rispetto a quello della promozione territoriale per cui nasce. O almeno a me, e alla mia sensibilità, così risulta.

Il post riporta la bella foto di un noto santuario mariano molisano e nella didascalia si specifica letteralmente: “…non siamo in Umbria… siamo nel nostro bellissimo Molise!”. Ecco, ritengo che post come questo facciano più male che bene al Molise, continuando di fatto a implementare la narrazione – già in vero alquanto nutrita – di regione “inesistente”, di “Cenerentola” tra le regioni italiane, e quant’altro.

Una regola non scritta, ma frutto di esperienza condivisa, afferma che paragonarsi è sempre la più evidente ammissione di inferiorità. Ed è noto (non solo agli psicologi) che chi soffre di complessi di inferiorità, vive anche di continui confronti con gli altri: una pratica che, esattamente come un cane che si morde la coda, non fa altro che nutrire e amplificare quegli stessi complessi, che restano pertanto non risolti, anzi peggiorano.

E che a farlo sia (come, immagino in questo caso, l’autore del post) un molisano e non un avventato turista che muove i primi passi in terra molisana, è ancora peggio! E questo lo dico bonariamente da romano trapiantato in Molise, che (ne sono fin troppo consapevole) con Roma e con l’intera regione Lazio non può sostenere neppure il sospiro di un confronto! Ma a che o a chi servirebbe questo confronto?

Quando ho visitato queste città, mi è capitato di sentire (o, peggio, di leggere addirittura sulle guide turistiche) frasi del tipo: “Lecce è la Firenze del Sud”; o anche: “Am- sterdam è la Venezia del Nord”. Posto che città del calibro di Firenze e Venezia siano incommensurabilmente non paragonabili con niente e con nessuno, affermazioni del genere non rendono altresì ragione della bellezza e dell’unicità di città altrettanto straordinarie come il capoluogo del Salento o la capitale dei Paesi Bassi, destinate (da questa brutta prassi) ad essere definite solo dal confronto con un termine di paragone e non “in sé”. Ne escono così come sorelle minori di un presunto prototipo irraggiungibile.

Forse solo quando riusciremo a parlare di noi stessi senza confrontarci con veri o presunti modelli di superiorità (estetica, culturale, paesaggistica, intellettuale, morale, amministrativa, etc.) allora cominceremo veramente a scoprire la dignità di ciò che siamo (e non di ciò che vorremmo ma che, forse, non possiamo neppure lontanamente essere). E questo vale prima di tutto fra le persone, poi fra le città, le regioni, le nazioni, i popoli…

A Pietro che sulle rive del lago di Galilea, impegnato in uno straordinario colloquio d’amore col Cristo Risorto, si distrae voltandosi indietro e mettendosi a confronto col “discepolo amato” che li stava seguendo, Gesù risponde con una schiettezza che dovrebbe farci riflettere: “…che importa a te (di lui)? Tu seguimi” (Gv 21,22). È l’unica volta che nel Vangelo il verbo della sequela, sempre declinato dal Maestro all’imperativo, viene accompagnato dall’esplicitazione del pronome personale “tu”, come a dire: “Sto parlando con te, proprio con te. Tu, proprio tu e non un altro. Tu seguimi!”.

Ciò significa che nella narrazione evangelica, così come nella vita, tutti noi abbiamo una dignità intrinseca e una missione da compiere, anche se non siamo (o ci fanno credere di non essere) i primi della classe, i discepoli amati e prediletti. Far venire alla luce questa dignità e compiere questa missione – unica e irripetibile perché affidata solo a noi personalmente e non ad un altro – senza perdere tempo a confrontarsi, è la strada più sicura per realizzarsi.

E se proprio qualche confronto dobbiamo farlo, che sia per esaltarci, non per abbatterci. Proprio come mi diceva, saggiamente, il mio anziano padre spirituale gesuita, con un motto arguto (da buon toscano!) che ho imparato pian piano a fare mio: “Poco se mi considero, molto se mi confronto!”. Con buona pace della virtù dell’umiltà.☺

 

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