Noterelle sulla scuola
11 giugno 2018
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Noterelle sulla scuola

Vorrei partire dalle considerazioni critiche della prof.ssa Gabriella de Lisio apparse in questi ultimi mesi sulla nostra rivista mensile la fonte, ringraziandola anche per la costanza a scrivere di “Scuola”, in un momento storico particolare, in cui la vulgata neoliberista e confindustriale ha messo definitivamente le mani sulla stessa scuola, modificandola morficamente, direi, come in effetti tale appare nella definizione che oggi le si dà, cioè la buona scuola. La prof. de Lisio esprime un giudizio decisamente negativo sulla buona scuola e lo fa con argomentazioni oggettivamente pertinenti e non ideologiche. Dalle sue osservazioni traspaiono l’incredulità e l’amarezza di chi ama la scuola, investendo in essa energie ed entusiasmo anche oltre i tempi istituzionali (il cosiddetto “monte ore”). Quali i concetti rilevanti che emergono dalla sua amara analisi? Ne stralcio solo alcuni, che poi ai nostri occhi sono quelli fondamentalmente più rilevanti allo stato attuale. Innanzitutto è radicalmente cambiato il rapporto tra la scuola (docenti, personale ATA, dirigenti scolastici) e le famiglie, non più un rapporto dialettico e in progress, ma incrinato da insofferenza di molti genitori e da episodi di violenza contro docenti che, esprimendo giudizi negativi o critici verso i ragazzi, si vedono fatti oggetto di aggressioni, talora anche violente. La cosa grave è che i docenti contestati o aggrediti si dimostrano incapaci di reagire di fronte agli alunni.

Solo ultimamente alcuni collegi dei docenti hanno punito con l’esclusione dalle lezioni e con la proposta di bocciatura alla chiusura dell’anno scolastico gli alunni che sono stati protagonisti di atti di bullismo nei confronti di compagni più fragili psicologicamente o di violenta irriverenza nei confronti dei propri insegnanti. Gli episodi di bullismo dei ragazzi nei confronti di coetanei o di aggressione fisica o semplicemente verbale contro i docenti, scrive la prof. de Lisio, sono la declinazione del tramonto del ruolo pedagogico e culturale del docente e dello svilimento della sua attività professionale. La scuola conta evidentemente molto poco oggi nella società attuale, in quanto la filosofia sulla quale si basa l’istituzione scolastica è quella confindustriale/aziendalistica: la scuola del “fare”, dell’alternanza scuola/lavoro”, e, aggiungiamo noi, delle competenze, della didattica dello studente e strategicamente non più quella delle discipline, che per l’appunto esprimono da sempre la centralità del docente nel processo educativo e culturale dello studente, come pure indicano nella precipuità professionale del docente lo strumento necessario per il buon funzionamento dello stesso processo educativo/scolastico.

Spesso si sente dire dagli studenti in alternanza scuola/lavoro che essi acquisiscono la cultura delle regole solo presso le aziende, dove svolgono le famose 200 o 400 ore di alternanza, quando invece non tengono conto di quelle nelle scuole, prescrizioni che essi dovrebbero mettere in pratica naturalmente, quando ci si riferisce, appunto, alla scuola che essi frequentano. In questo ambito uno degli episodi più eclatanti ci viene dato dalla catena di distribuzione alimentare McDonald a Milano, dove gli studenti (e questo lo abbiamo appreso dalle documentazioni filmiche) sostengono che solo lì, dentro l’azienda, hanno potuto apprezzare e mettere in pratica regole essenziali per il buon svolgimento del lavoro. La scuola dalla cultura neoliberista e confindustriale viene svuotata delle sue peculiarità e funzioni costituzionali, a vantaggio di una concezione rudemente pragmatica di una scuola il cui sapere non deve essere più quello teorico, ma soltanto quello del fare, del pragmatismo spicciolo che mette lo studente/apprendista lavoratore nella condizione di verificare immediatamente un risultato.

Le discussioni che ogni tanto emergono a proposito di una ridefinizione/rimodulazione degli studi classici (latino, greco, filosofia, lo stesso diritto) vanno per l’appunto in questa direzione. La tecnologia intende spazzare via secoli di civiltà e di studi severi ad essa collegati; né ci dobbiamo meravigliare di questo andazzo di grossolana superficialità, se pensiamo solo per un momento alla proposta di una nazione del nord d’Europa (non la indico per pudore soltanto!), che, per rifarsi dei prestiti finanziari dati alla Grecia in odore di default nel 2015 e non in grado di onorare, reclamava in cambio la proprietà del Partenone di Atene. Ecco questo è oggi il livello di cultura della finanza internazionale, alla quale obbedisce l’intera intelaiatura della produzione industriale e commerciale nel mondo.

Il giudizio che il mondo finanziario /industriale/produttivo dà della scuola oggi nel mondo occidentale è che essa sia una istituzione logora, passatista, passivizzante, solamente trasmissiva, e per ammodernarla sia necessario imporre la filosofia delle competenze, della sussunzione del digitale, della prassi, urlata a gran voce dal mondo della produzione industriale. La subalternità dell’istituzione scolastica alla finanza si evince da un esempio: nell’ottobre 2017, in attuazione del decreto delegato “Buona scuola”, sono stati emanati i modelli di certificazione delle competenze per gli alunni che concludono le scuole elementari e medie, a partire dall’ estate prossima, 2018. Ai bambini di quinta elementare sono state fatte domande di questo tipo: “Raggiungerò il titolo di studio che voglio?” – Avrò abbastanza soldi per vivere?” – “Riuscirò a comprare le cose che voglio?”; i bambini dovevano rispondere, attraverso il sintagma “Per niente” o “Totalmente”, quanto percepissero vere queste frasi.

Ai bambini delle scuole elementari o agli adolescenti della terza media non si lascia più la possibilità di sognare quello che si sogna normalmente alla loro età, ma li si vuole prematuramente adeguare alla cultura della competizione, del successo, del benessere e della ricchezza. Quanto c’è da riflettere e da contrastare ancora! “La scuola non ha il compito di preparare al lavoro, che costituisce solo una delle dimensioni in cui si realizza la vita umana (…) “La scuola non deve fornire competenze per un futuro mestiere, che configuri precocemente l’individuo lavoratore, ma deve formare la personalità dei ragazzi, arricchire la loro cultura, il pensiero critico, l’attitudine alla ricerca e alla soluzione dei problemi (…)” (in La Carta di Roma, studiosi raccolti attorno all’Officina dei saperi e alla lotta aperta dall’Appello per la scuola pubblica sottoscritto da un folto gruppo di insegnanti).

Ma su questo torneremo appena possibile.☺

 

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