Olio e fritture
19 Gennaio 2019
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Olio e fritture

Ogni volta che nella mia attività mi trovo a fare il gioco della “patatina fumante” leggo, in chi osserva, una miriade di reazioni. Stupore, ribrezzo, curiosità, consapevolezza, ecc. Non mi era mai capitato di vedere indifferenza! Una indifferenza che racconta, probabilmente il proprio vissuto.

Vado a fare una lezione di olio in carcere ad una sezione dell’Istituto Tecnico Agrario; è sempre una emozione particolare rapportarmi con persone che stanno pagando per gli errori commessi. Mi salutano alcuni detenuti ricordando, con piacere, una lezione che feci lo scorso anno… È bello sentirsi chiamare e dialogare su come quell’esperienza sia stata produttiva per il loro quotidiano. Ti aspetti allora lo stesso entusiasmo nella classe dove sto per entrare e, dopo una presentazione da parte del docente che mi ha imbarazzato non poco, inizio la lezione. Devo ammettere che l’ attenzione è alta. Gli argomenti che ho portato sono di attrazione e, intervallare la teoria con attività esperienziali, (assaggio di una sostanza zuccherina con aggiunta di una spezia a naso chiuso, riconoscimento di essenze sintetizzate in laboratorio, ecc.) fa mantenere alta l’ attenzione. Ed ecco che si arriva a parlare di fritture e quindi della tecnica di preparazione di un buon fritto. Spiego che, nelle fritture, l’amido (la pastella) si usa per avere un alimento croccante esternamente e morbido internamente e che questa condizione si raggiunge grazie alle alte temperature che fanno cristallizzare l’amido rapidamente e impedendo all’olio di inzuppare il prodotto da cuocere, inoltre, si impedisce all’acqua fisiologica di uscire. Spiego ai ragazzi che il segreto sta nell’olio che deve resistere alle alte temperature e il migliore in assoluto è quello di oliva extravergine. Di fatto non bisognerebbe mai friggere con oli di semi soprattutto quelli di mais, girasole, o semi vari. Tuttavia, se proprio si deve usare un olio di semi, ci si potrebbe indirizzare su un buon olio di arachide. Avere un buon fritto significa non appesantire il nostro organismo di radicali liberi poiché solitamente un fritto ben fatto non è mai inzuppato di olio ed eventuale residuo di olio non è degenerato in molecole frantumate (appunto i radicali liberi). Dopo tutte queste chiacchiere volevo sbalordirli portando delle patatine che di santo hanno solo il nome (San C…) e con la fiamma di un accendino la patatina che avevo tra le mie dita rapidamente prende fuoco. Al che facevo osservare che l’amido non brucia mai (può carbonizzare ma non brucia) e che a bruciare è l’olio di cui la patatina è impregnata. Si sprigiona in aula una puzza di olio bruciato orribile!

Qui il mio dramma personale e dal quale vorrei trarre alcune considerazioni! Dopo tutto quello che ho spiegato e fatto vedere in modo scontato dico: sareste disposti a mangiare ora queste patatine nel sacchetto appena aperto? Mai nessuno e in nessuna scuola ha accettato di mangiare quelle patatine, invece in quella circostanza quasi tutti hanno alzato la mano e, preso il sacchetto, in meno di 10 secondi delle patatine resta solo il sacchetto. Ho continuato la mia lezione fino alla fine ma sono andato a casa con l’amaro in bocca (amaro non da olio ma da sconfitta personale). Durante la sera ho riflettuto tanto sull’accaduto e mi sono chiesto: era solo la voglia di patatine o era qualcosa di più profondo?

Una persona che sta pagando per errori commessi dovrebbe fare un percorso di riabilitazione dove entrano in gioco delle dinamiche che dovrebbero evitare di sbagliare di nuovo. Allora mi sono chiesto: ma di quelli che scontano una pena quanti non ricadono nell’errore, e di quelli che non ricadono in errore quanto il merito è della rieducazione detentiva? Temo che il sistema rieducativo carcerario faccia acqua a tutti i livelli e si investe pochissimo in vere professionalità che sappiano rieducare nel vero senso della parola. Ho avuto modo di verificare di persona che nel mondo della formazione, da quella infantile a quella accademica, c’è tanta improvvisazione. Si lavora per lo stipendio e si lavora poco per passione. I ragazzi questo lo percepiscono e non ti seguono.

Nella nostra società, se ci sono i genitori che ti seguono, si può porre rimedio con qualche insegnante che sopperisce al di fuori delle mura accademiche o, nei casi che vanno oltre l’apprendimento, si fa ricorso alle professionalità della sfera psichica. Ma dietro le cosiddette sbarre ci si può improvvisare? Ci si mette l’anima e competenza per supportare persone che in primis devono fare un po’ di ordine nel proprio io e poi cogliere degli obiettivi accademici. Paradossalmente un detenuto che prende coscienza della propria condizione e la metabolizza potrebbe essere agevolato nel proprio cammino didattico/accademico e divenire una eccellenza meglio di chi non si confronta con esperienze cosi forti. Ho sempre sostenuto che tutte le professioni devono essere prima di tutte missioni, a maggior ragione gli insegnanti che oltre a trasferire le conoscenze hanno il compito di cogliere tante sfaccettature di un ragazzo. Quelle sfaccettature che se colte ti evitano di inciampare. Ahimè temo che sarà difficile che tutto ciò si realizzi ma sognare si può.☺

 

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