Operai sempre a rischio
19 novembre 2018
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Operai sempre a rischio

Scrivere di Classe Operaia nel 2018 può sembrare anacronistico. Categoria che ha avuto la sua fortuna nel secolo scorso e fiumi di parole sono state scritte sulla centralità degli stessi nella vita politica e nella società. Il mito dell’Operaio, nei partiti di sinistra e soprattutto nelle organizzazioni extra-parlamentari, era pari solo a quello dei Partigiani, ed il concetto di “Autonomia Operaia” si era imposto in modo determinante nei primi anni Settanta.

Nel 1920, Antonio Gramsci su l’Ordine Nuovo scriveva: “La produzione industriale deve essere controllata direttamente dagli operai organizzati per azienda; l’attività di controllo deve essere unificata e coordinata attraverso organismi sindacali puramente operai; gli operai e i socialisti non possono concepire come utile ai loro interessi e alle loro aspirazioni un controllo sull’ industria esercitato dai funzionari (corrotti, venali e non revocabili) dello Stato capitalista, una forma di controllo sull’industria che altro non può significare che un risorgere dei comitati di mobilitazione industriale utile solo al parassitismo capitalista”.

Dopo 49 anni, Francesco Tolin, nell’editoriale del primo numero di Potere Operaio, sosteneva: “L’urgenza operaia della direzione dello scontro rivoluzionario contro l’organizzazione capitalistica del lavoro è quindi la chiave di volta per interpretare la nostra assunzione del grido Potere operaio…”. Ma lo scontro, nei primi anni ‘70, si acuì con la sinistra parlamentare e, l’area dell’Autonomia e tutto il Movimento del ’77 capitolò davanti ai mezzi blindati mandati a reprimere le lotte degli operai e degli studenti, sul finire del decennio, dall’allora ministro degli interni Cossiga.

Così, superata la “lotta di classe”, gli studenti e gli operai, quest’ultimi pur restando i protagonisti principali della produzione della ricchezza del Paese, sono stati silenziati. Le picconate messe a segno negli anni Ottanta e seguenti, taglio della scala mobile nel 1985, regolamentazione degli scioperi (1990) e per ultimo il tanto discusso articolo 18 nel 2012, hanno tolto quella forza contrattuale che ha permesso la conquista di diritti e tutele economiche.

Anche a Termoli gli operai scendevano in piazza insieme agli studenti e hanno dato il loro contributo ad una società più giusta. Negli anni Settanta il basso Molise fu teatro di lotte democraticamente organizzate e partecipate. Poi, come ha detto un operaio della FCA intervistato, “è cambiato il sindacato, è diventato collaborativo con l’azienda e sono finite le lotte e il nostro essere protagonisti”. Ma questa è acqua passata.

La FIAT, oggi FCA, ha beneficiato di ben 7,6 miliardi di euro in 25 anni, oltre agli ammortizzatori sociali, prepensionamenti e incentivi alla mobilità, e come è noto, nonostante queste elargizioni dello Stato italiano, ha delocalizzato gli impianti di produzione e, quando gli aiuti finanziari sono venuti meno, dal 2014, ha spostato la sua sede legale nel Regno Unito. Una politica industriale tesa a narcotizzare la “classe operaia” con scelte produttive globalizzate volte al massimo lucro per azionisti e finanza.

E il nuovo piano industriale della FCA in Italia ha generato preoccupazioni negli operai di via Giovanni Agnelli a Termoli. Il grido di allarme lanciato da Angelo Minotti il 12 di giugno 2018, ponendo la domanda “C’è futuro per lo stabilimento FCA di Termoli?”, non è stato raccolto. Non c’è allarmismo nel suo comunicato. Con eleganza ha invitato le forze politiche molisane “a tutelare e a potenziare la prospettiva del lavoro che c’è nello stabilimento FCA di Termoli, sapendo che alla dirigenza FCA non basta chiedere. Bisogna anche saper prospettare soluzioni creative, da perseguire con strumenti normativi e finanziari europei”.

La FCA di Termoli non ha temporeggiato. Nella tarda mattinata del 2 agosto 2018 ha deciso che dei 472 lavoratori somministrati operanti in azienda, a partire dal 20 agosto, 322 sarebbero stati assunti e per i restanti 150 la loro missione lavorativa sarebbe terminata il 5 agosto. Tutto normale. Nessun commento. Bisogna aspettare il 4 settembre per leggere “La mazzata era attesa da qualche tempo”, come scrive Primonumero, “adesso è ufficiale. Il crollo della richiesta di mercato di molti prodotti realizzati allo stabilimento di Rivolta del Re della FCA di Termoli ha portato a decisioni drastiche da parte dei dirigenti Fiat. Primo: la riduzione dei turni di lavoro per cambi, motori V6 e 16 valvole. Secondo, i trasfertisti di Melfi verranno rimandati nello stabilimento lucano”.

Tra gli operai si comincia a parlare di Cassa Integrazione. Dicono che la situazione è delicata e che fino ad oggi grazie alla mobilità interna si è garantita l’occupazione. “Molti operai del Cambio sono spostati in area produzione motori”, riferisce Antonio, “ma non tutti condividono questa flessibilità”. Ma la paura è palpabile.

Dal rapporto Svimez del 2018 si evince, come riporta l’ANSA il primo agosto, che: “L’unica regione meridionale che nel 2017 ha fatto registrare un andamento negativo del PIL è il Molise, -0,1%, che, era cresciuto dell’1,3% nel 2015 e dell’1,1% nel 2016. L’economia del Molise è stata sostenuta nel 2015-2017 dalle costruzioni (+26,4%), ma l’industria in senso stretto fa registrare una performance particolarmente negativa (-7,4%). I servizi nel triennio registrano un +2%, mentre langue l’agricoltura (+0,4%)”.

Forse è ora di raccogliere l’invito di Angelo Minotti e individuare e perseguire percorsi virtuosi “per creare nuovo sviluppo e nuova occupazione”, uscendo da una logica di sudditanza, per tornare ad essere protagonisti del proprio futuro.

Diversamente dovremo sentire urlare così come ha urlato una donna del Comitato costituito dai lavoratori dello stabilimento saccarifero di Termoli, dopo la sospensione dei lavori del Consiglio regionale a Campobasso il 25 settembre 2018: “Noi a casa non abbiamo lo stipendio e sono 4 anni, con i mutui sulle spalle. Vergognatevi”.

 

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