p.p.p: una morte violenta
3 Novembre 2015
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p.p.p: una morte violenta

“Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero”.

È ancora di grande attualità questo frammento di saggezza – analisi lucida e impietosa della società italiana -, che Pier Paolo Pasolini proponeva nei suoi Scritti corsari, e che sembra quasi far rivivere il ricordo del suo viso e della sua voce – oltre che della sua scrittura accesa e provocatoria -, a quarant’anni esatti dalla sua morte.

All’alba del 2 novembre del 1975 Pasolini venne ritrovato assassinato nei pressi di Fiumicino. La sua morte violenta, a conclusione di una vita piena di scandali e di tensioni, contribuì a farne un personaggio pubblico, come forse nessun altro autore della letteratura del Novecento. Rimane tuttavia la negligenza con cui si è indagato sulle circostanze della sua morte, che, nonostante la cattura del giovane omicida, un “ragazzo di vita” di nome Pino Pelosi, non sono state ancora del tutto chiarite. L’ipotesi di un complotto emerge nel film Pasolini, un delitto italiano, di Marco Tullio Giordana, uscito nel ventennale della morte dello scrittore. Ma ad avanzarla è anche David Grieco – che di Pasolini fu collaboratore ed amico -, nel film La macchinazione, la cui uscita è prevista per febbraio. Nel 2010 Walter Veltroni aveva pubblicato sul “Corriere della Sera” una lettera aperta, chiedendo al ministro Alfano la riapertura del caso.

Non si può fare a meno, inoltre, di ricordare che questa fine sembra come ideata, sceneggiata, diretta e interpretata da lui stesso. Alberto Moravia, ad esempio, scrisse che Pasolini “ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci”. Anche nella sua morte si manifesta infatti quella viscerale attrazione per le realtà più misere e degradate che egli riusciva a trasformare in poesia, nei suoi romanzi (Ragazzi di vita, Una vita violenta) come nel cinema (Accattone), quasi con un cristianesimo primitivo.

E senza farne un santo laico, si può condividere questo ricordo di Pietro Citati: “una figura lo aveva sempre ossessionato: Cristo deriso, sputato, colpito, lapidato, inchiodato, ucciso sulla croce. Facendo film, scrivendo e vivendo, egli cercava soltanto di venire lapidato ed ucciso, come la pietra dello scandalo, la pietra d’inciampo, che viene respinta dalla società umana. Ma Cristo morì per salvare gli uomini. Lui sapeva di non potere salvare nessuno, tanto meno se stesso. Voleva soltanto conoscere la morte atroce, immotivata, vergognosa – la vera morte, non quella lenta e pacifica che noi sopportiamo nei nostri letti educati -: la morte che aveva sempre reso terribile la sua dolcezza”.

 

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