Padri materni
3 Dicembre 2014
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Padri materni

Sembra che tanti giovani uomini si stiano rivelando non solo in grado di svolgere le funzioni primarie materne ma anche di trarne un profondo, intimo appagamento. Sembra quindi che anche gli uomini, dopo secoli, abbiano conquistato la parte intima e profonda che simmetricamente vivono con la moglie. Sembra che il problema non sia dell’accudimento nelle piccole cose quotidiane per i primi mesi ma quella di non spodestare l’identità materna. Essere un padre materno senza essere un mammo.

L’uomo che fa la mamma ad oltranza s’identifica segretamente con una madre idealizzata ma al tempo stesso s’identifica con il bambino, pensa di essere lui il piccolo adorato e coccolato. Un’ambiguità profonda e allettante. Siamo lontani dai padri archetipi, dalla figura che è stata presentata nell’antichità come il padre affettuoso: Ettore. Ettore, che prima di andare in battaglia, saluta la moglie Andromaca e il figlio bambino Astianatte. Ettore corre dalla sua famiglia: vuole abbracciare moglie e figlio come se avvertisse oscuramente cosa lo aspetta. Arriva alle mura, Andromaca gli corre incontro con oscura premonizione e piangendo gli dice: “ Ettore, tu sei per me mio padre e mia madre/mio fratello, mio meraviglioso compagno”. Accorato, le risponde Ettore che poi volge le braccia al piccolo Astianatte, lo solleva tra le braccia. Il contrasto tra le armi del guerriero che incute terrore e il gesto spontaneo del padre sconvolgono il bambino atterrito dal cimiero che ondeggia al vento. Ettore sorride, si toglie l’elmo e solleva il figlio in alto. In questo momento Ettore non è il più forte combattente dei troiani ma è un padre che osserva con tenerezza moglie e figlio sapendo che li sta guardando per l’ultima volta. Quest’unione ci rende Ettore particolarmente vicino. “Ettore porta un calore leggero, come l’impercettibile sciogliersi dei visceri al ritorno di una persona cara. Ettore è l’immagine del padre che vorremmo”. L’elmo ricopre il suo volto ed esige di essere sollevato per permettere la dialettica del riconoscimento, per consentire al figlio di umanizzare la figura ideale di suo padre. Le ragioni della famiglia non trattengono però Ettore dal compiere il suo dovere di cittadino e di capo militare.

E siamo lontani anche dalle figurine che si stanno avvicinando, dato il periodo, di Giuseppe e Maria. Giuseppe il vecchietto ottantenne, padre di due figli e vedovo che sposa secondo il desiderio divino la dodicenne Maria: possiamo leggerlo nel protovangelo di Giacomo, in quello di pseudo-Matteo e pseudo-Tommaso ma soprattutto nella storia di Giuseppe il falegname.  Solo più tardi la figura di Giuseppe ringiovanisce come vediamo nel dipinto Murillo “immagine di Giuseppe con Gesù”. Giuseppe è solo, forte, ben eretto e il bambino un po’ più grande di come appare di consueto non è tenuto in braccio, sta invece in piedi, su una balaustra di marmo e Giuseppe lo sostiene con serena fermezza. I padri moderni non ricordano Giuseppe, forse, come ha sintetizzato maliziosamente Antonio Pazzagli, gli uomini quando sono padri o fuggono o fanno i bambini o fanno le mamme.

Qual è la soluzione oggi? In questa evaporazione del padre la dimensione giusta quale può essere?

Facendo riferimento ad una recente ricerca (2006), vediamo che in Italia la partecipazione paterna alle attività di cura è marcatamente maggiore per i padri residenti al Centro e al Nord. Vediamo, inoltre, che nelle città i ruoli di genere sono modellati in modo meno tradizionale. Tra le categorie professionali che mostrano un maggiore coinvolgimento ritroviamo gli impiegati, gli insegnanti e i quadri, probabilmente perché queste attività implicano orari di lavoro più facilmente conciliabili con le attività di cura, per gli uomini, così come per le donne. Se guardiamo il livello d’istruzione, quando entrambi i partner hanno un elevato grado di istruzione, i padri sono molto più attivi. Anche l’età ha un certo peso e possiamo presumere che padri più giovani, socializzati in un periodo in cui i ruoli tradizionali cominciavano già a essere messi in discussione, siano più disposti a occuparsi della cura dei bambini, più aperti a una gestione alternativa dei lavori domestici e anche più consapevoli dell’importanza del loro ruolo nello sviluppo dei bambini.

I risultati mostrano chiaramente che la conciliazione tra figli e lavoro è più facile quando il padre appartiene a determinate categorie professionali (ad es. impiegati ed insegnanti) e/o ha un orario di lavoro più contenuto. La figura del “nuovo padre” è, dunque, più frequentemente diffusa fra precari: questi mettono in secondo piano la vita professionale e dedicano maggior tempo alla vita familiare riuscendo a conciliare attività lavorativa con attività di cura. Questi padri sono principalmente coinvolti nelle attività di gioco e svago dei figli. Bisogna notare, tuttavia, che anche in questo caso il ruolo del padre è secondario rispetto a quello svolto dalla madre. Da quest’analisi viene confermata quindi una divisione di genere del lavoro familiare ancora sbilanciata a sfavore delle donne, ma con diverse sfumature che è importante non sottovalutare: ad esempio il coinvolgimento paterno aumenta sensibilmente se la madre lavora. È questo, forse, un primo segnale di un lento, ma con ogni probabilità progressivo, adattamento dei padri al modello familiare a due redditi, che richiede loro una più marcata assunzione di responsabilità nella cura dei figli.☺

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