12 mila migranti sbarcati in 48 ore. Torna il “panico da migrazione”
23 Giugno 2017
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12 mila migranti sbarcati in 48 ore. Torna il “panico da migrazione”

Con l’estate tornano ad aumentare gli sbarchi

[caption id="attachment_18814" align="alignleft" width="300"] fonte: repubblica.it[/caption]

Tutti i giorni le Tv, pubbliche e private, mandano immagini di tragedie in mare. Barconi e mercantili stracolmi di migranti ci fanno stringere il cuore a vedere i volti di giovani, tristi e provati dalla fatica dell’attraversamento. I visi di donne e ragazzi, il più delle volte, questi ultimi appena adolescenti, esprimono smarrimento e profonda angoscia. Talvolta, ma molto raramente, anche saluti con le mani e tiepidi sorrisi che vogliono ringraziare i volontari o il personale della Guardia Costiera italiana, che li soccorrono, portandoli, sì, in salvo nei porti dell’Italia meridionale, terra di grande ospitalità, ma con una prospettiva, immediata e lontana, di incognite preoccupanti e claustrofobiche. Il loro destino è molto precario e all’orizzonte dei loro sogni e dei loro progetti di vita ci sono soltanto oscure nubi.

Le mani della ‘ndrangheta sull’affare migranti

La riprova di queste situazioni – che a definirle kafkiane è già troppo – riguarda il C.a.r.a. di Isola Capo Rizzuto e l’operazione Johnny che ha portato nelle carceri calabresi/crotonesi 68 affiliati al clan Arena: questo clan ‘ndranghestista, attraverso una manodopera d’élite (un parroco ed un faccendiere), ha fatto man bassa dei finanziamenti pubblici per l’assistenza di primo livello ai migranti che sbarcano lungo le coste dello Jonio e dell’Adriatico. Diversi milioni (questa è l’indagine che li accusa) stornati nelle tasche di costoro e di altri per dare ai migranti pasti che si danno ai “maiali” (così si è espresso il magistrato della Procura di Catanzaro Nicola Gratteri).

[caption id="attachment_18815" align="alignright" width="300"] Corriere.it: Il procuratore di Catanzaro ha commentato l’inchiesta secondo cui il centro per migranti più grande d’Europa era nelle mani delle ‘ndrine: «Con i soldi ricavati da questi business c’è chi s’è preso case, barche, auto»[/caption]

Migranti affamati per le strade di Campobasso

E poi per la strada, qui a Campobasso, come in tutte le parti d’Italia, ci sono migranti che allungano la mano per chiedere un sostegno in danaro o qualcos’altro che li sfami … ed ancora migranti, affaticati e spesso mal vestiti, che frugano nei bidoni della spazzatura, anche qui a Campobasso: che tristezza e che rabbia in corpo – in noi -, cui fa da contraltare (sembra assurdo dirlo, ma è quasi sempre così) la loro apparentemente docile rassegnazione. E a costoro vanno aggiunti quanti, a Campobasso e nella regione, quindi molisani, sono divenuti poveri per la crisi economica, e moralmente distrutti dall’indifferenza quotidiana generalizzata.

Il rischio che ci si abitui alla sofferenza altrui

La conseguenza di queste visioni di sofferenza e di umanità calpestata è che ci stiamo abituando a immagini di questo tipo, al repertorio del dolore e dell’amara disperazione: cominciamo, infatti, a irritarci per i quotidiani servizi giornalistici sulle migrazioni e sugli sbarchi e a stancarci di provare una pietosa compassione per la tragedia dei migranti che muoiono in mare; come pure cominciamo a provare fastidio per le condizioni di assoluta indigenza che quotidianamente vediamo in Tv, immagini che procurano turbamento nelle nostre coscienze.

Schiavi sfruttati o “ladri” di lavoro?

Ma rimaniamo nell’ambito delle migrazioni: queste sono parte integrante del nostro mondo, in quanto ci sono sempre state fin da tempi immemorabili. Le migrazioni nelle regioni ricche del nord del mondo ci inducono ad una duplice lettura: da un lato, i grandi gruppi imprenditoriali (le multinazionali, nella fattispecie) guardano a tali flussi migratori come ad una contingente situazione che li avvantaggia, perché i migranti costituiscono per loro una manodopera flessibile, ricattabile, a bassissimo costo (il lavoro ridotto a schiavitù).

Da un altro, la gran parte delle popolazioni del nord del mondo industrializzato considera i migranti come una concorrenza sgradita, indesiderata all’interno del mondo del lavoro. Ma le migrazioni ci sono sempre state e conosceranno sensibili accelerazioni anche a causa del divario incolmabile a tutt’oggi fra nazioni ricche e nazioni povere. Tuttavia, non possiamo neanche passare sotto silenzio il fatto che dal processo migratorio molti paesi hanno tratto consistenti motivazioni per costruire società civili migliori, coinvolgendo nelle lotte sindacali e nelle rivendicazioni anche i migranti. Ora, però, comincia ad apparire all’orizzonte un problema serio, relativo al rapporto antagonista ed ostile tra le popolazioni stanziali e i migranti; subentrano l’ansia e la paura di trovare al proprio fianco un “diverso”, un “estraneo”, un “altro” da sé.

Un cittadino su due vede la migrazione come uno dei problemi centrali dell’Europa

Questa riflessione si fonda su un dato concreto: dai sondaggi che vengono fatti nei paesi della UE un cittadino europeo su due indica nella migrazione la questione, insieme a quella del lavoro che non si trova o si perde, più rilevante e seria per la UE. Mentre i ricchi si recintano, vivendo chiusi e isolati nelle loro ville o nei loro quartieri, lontano dai fragori quotidiani e dalle dolorose contraddizioni sociali, gli altri, quasi tutti, vivono in un habitat, spesso fatiscente e disordinato, che fa i conti con il “diverso”, con l’”altro”, con chi viene indicato come un pericolo e dunque come un nemico da tenere lontano. L’ansia (ci) distrugge, (ci) fa stare sempre attenti a non far(ci) sopraffare dalla paura.

Bauman: rispetto ai migranti sembriamo le lepri della favola di Esopo

Questa condizione di sofferenza materiale ma anche spirituale è espressa con chiarezza in una delle favole più intriganti di Esopo, quella delle lepri e delle rane, citata da Bauman nel suo ultimo libro pubblicato, Stranieri alle porte. Le lepri si sentono come perseguitate dagli altri animali: infatti, la loro lesta velocità viene giustificata dallo sfuggire ad altri animali e ciò le costringe a vivere male. Un giorno esse, spaventate per il sopraggiungere di una mandria di cavalli, cominciano a correre in modo molto più veloce e scomposto in direzione di uno stagno nel quale a loro parrebbe di nascondersi ma dove in realtà morirebbero affogate. Alla vista delle lepri un gruppo di ranocchie, a loro volta impaurite, si tuffano nelle acque scure dello stagno, sparendo. Allora le lepri capiscono che non bisogna darsi alla fuga nella vita quando si ha paura di qualche cosa. Di qui, appare chiaro il messaggio esopico: c’è sempre qualcuno che vive peggio di noi. Nella nostra società c’è un numero esorbitante di uomini/lepri perseguitati da altri animali. Queste lepri vivono in povertà, in assoluta indigenza in habitat dove c’è un numero, pur molto limitato, di persone che vantano incommensurabili ricchezze, vivendo sfrontatamente negli agi. Sentirsi esclusi fa male, anche perché la filosofia neoliberista attribuisce alla incapacità degli uomini/lepri il non sapersi socialmente elevare e il non riuscire a porre fine alla loro dolorosa emarginazione. L’arrivo di disperati senza una casa, ai quali peraltro si negano tutti i diritti fondamentali, che sono quelli della vita e della dignità personale, attutisce tale sensazione di essere gli ultimi, perché ancora più in basso c’è una nuova massa di disperati, di “alieni”, di “altri”, gli “indesiderati”, i “nemici”, i migranti, appunto.

La soluzione sta nella solidarietà tra i tanti meno fortunati contro i soprusi dei pochi super- ricchi

Alla politica dell’odio e del rancore, che da questa dolorosa instabilità deriva; ai disagi che sono sotto gli occhi di tutti; alle tentazioni di separazione e di negazione del confronto si deve contrapporre la politica del dialogo, dell’incontro, della consapevolezza che il processo migratorio è naturale e che conviene a tutti rendersi conto di questo. Alla prassi odierna delle distanze, della disattenzione e della disaffezione verso l’”altro” solo la dialettica del confronto e della condivisione ci porterà fuori dalla crisi, mettendoci di fronte ad un mondo migliore, tollerante verso i più poveri e i meno fortunati. Oggi l’umanità è in profonda crisi e può uscirne soltanto con il dialogo e la solidarietà tra gli uomini che soffrono o la mancanza del lavoro (assenza di giustizia e di libertà nella vita degli uomini e delle popolazioni) o la perdita gradualmente irrefrenabile, allo stato attuale, della democrazia e dell’indipendenza nazionale dinanzi allo strapotere delle banche e della finanza. ☺

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