Parlare di inclusione
29 Aprile 2017
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Parlare di inclusione

“Inclusione” è una parola grande. Un termine dalle potenzialità immense. Inclusione è una parola persino più grande di integrazione. L’integrazione in effetti è un passo più indietro, perché postula la rimozione di un ostacolo per consentire l’ingresso di una persona in un determinato contesto sociale; invece l’inclusione dà già per scontato questo passaggio e si sposa con l’uguaglianza sostanziale. Pertanto non si parla più solo di rimozione degli ostacoli ma di diritti, che sono la base della nostra dimensione umana.
L’inclusione perciò abbraccia tutti i soggetti che possono avere uno svantaggio sociale, piccolo o grande, non solo le persone con disabilità, i caregiver familiari, ma gli immigrati, i poveri, gli ultimi del mondo. L’inclusione presuppone l’accoglienza, ossia la volontà di abbracciare un altro individuo togliendolo dai margini per condurlo nella società, permettendogli di fruire dei diritti che gli spettano: il diritto allo studio, alla libera circolazione, alla libertà personale, al gioco.
Non c’è vera inclusione senza accoglienza. Questa è l’ottica con la quale occorre muoversi per realizzare politiche sociali sensate. Non più (solo) assistenzialismo, ma accesso ai diritti per tutti.
L’inclusione deve cominciare con i bambini, garantendo il diritto allo studio ed il diritto al gioco. Vedremo, nei prossimi giorni, se il decreto legislativo sull’inclusione scolastica, che attualmente è in esame in parlamento, sarà in grado di realizzare con pienezza il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità, risolvendo le attuali problematiche. L’accoglienza dell’alunno disabile attualmente è demandata alla buona volontà del personale docente e degli operatori della scuola, che in alcuni casi risolvono i problemi che la legge non risolve, primo fra tutti l’assistenza alla persona, troppo spesso subordinata ad esigenze di bilancio. In molti contesti, l’interazione tra scuola, riabilitazione e servizi territoriali, prevista dalla legge 104/92 è una mera utopia, così come troppo spesso non è garantita l’effettività del sostegno scolastico. Parlando di bambini, ancora è importantissimo che venga loro riconosciuto il diritto al gioco, attraverso la realizzazione di parchi inclusivi. Si badi bene che un parco inclusivo non è quello in cui al centro dell’area viene piazzata un’altalena per disabili, un parco inclusivo è quello che renda possibile l’interazione tra il bambino con disabilità ed il bambino normodotato, attraverso giochi che coinvolgano tutti i bambini contemporaneamente.
L’inclusione passa attraverso il potenziamento dello sport paralimpico e delle strutture in cui è possibile praticarlo. La pratica sportiva è importantissima per tutti gli individui, ed a maggior ragione per le persone con disabilità perché consente di sviluppare e far brillare le proprie abilità residue.
Ancora, inclusione significa avere accoglienza negli ospedali, dove troppo spesso la persona con disabilità è una specie di marziano atterrato sul letto di corsia. Occorrono medici formati a gestire l’ ospedalizzazione dei soggetti che non sono in grado di riferire i sintomi e che abbiano spazi e strutture adeguate per permettere all’individuo di vivere con dignità il momento critico della malattia.
Inclusione significa abbattere le barriere. È da trent’ anni che lo Stato italiano legifera in materia, non sarebbe forse il caso di applicare queste leggi e punire chi non le applica? Se i Piani per l’eliminazione delle barriere architettoniche sono obbligatori dal 1986, cominciamo a bacchettare i comuni che non li adottano. A mali estremi, estremi rimedi, in quanto occorrono regole ferree. Perché non prevedere di commissariare i comuni che non li adottano? Ancora, inclusione significa rendere il trasporto pubblico accessibile a tutti, soprattutto a quelli che non possono spostarsi senza il necessario aiuto.
Inclusione è sostenere le famiglie, sulle quali non può ricadere il peso dell’inerzia dello Stato. È prendere atto che un genitore, un fratello, un parente stretto non possono essere contemporaneamente badante, medico, terapista, tecnico ortopedico del proprio congiunto con disabilità. Ognuno ha diritto di vivere serenamente la propria vita, e non avere paura del futuro.
Non da ultimo, inclusione significa sostenere la persona con disabilità anche quando la sua famiglia viene meno, perché possa continuare a vivere con piena dignità nella società, senza timore di venire ghettizzato in un istituto. Significa sostenere la cd. vita indipendente, strumento attraverso il quale la persona con disabilità motoria e/o cognitiva viene sostenuta in un percorso di autonomia, con il necessario aiuto pubblico, allo scopo di continuare a vivere nel proprio contesto domestico. Ancora, significa rendere effettivo l’accesso al mondo del lavoro della persona con disabilità, al fine di valorizzare le potenzialità residue dell’individuo e consentirgli di sostenersi autonomamente.
La parola inclusione contiene un tesoro immenso, che unisce gli uomini agli uomini, che diffonde uguaglianza e diffonde benessere sociale. Non dimentichiamolo MAI.

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