Parole e programmi
20 Marzo 2019
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Parole e programmi

Parlare di disabilità non è semplice. Si ha la sensazione di camminare su un piano di cristallo, pronto a scricchiolare ad ogni passo; se se ne parla troppo bene, si alimenta buonismo o quel che è peggio pietismo. Guai però ad usare parole sbagliate, perché la gaffe, se non addirittura l’offesa, è sempre dietro l’angolo.

“Un bambino sfortunato”: questo è l’appellativo con il quale viene frequentemente chiamato un bambino con disabilità. Questa è una di quelle frasi che mi urta non poco. Ne ho visti tanti nella mia vita, di bambini con disabilità, e spesso e volentieri li ho trovati felici quanto gli altri, a dispetto della loro condizione. Li ho visti lottare per muovere un passo con caparbietà senza lamentarsi di nulla, quando ci sono bambini cd. normodotati che fanno i capricci anche solo per infilarsi da soli un calzino. Non penso sia una sfortuna possedere una forza di volontà superiore alla media.

Si passa poi all’eccesso opposto, la santificazione della persona con disabilità, novello Cristo sceso in terra per liberare il mondo dal male attraverso le proprie sofferenze; quando invece alla persona in questione magari non frega niente del resto del mondo e si accontenterebbe di poter andare al cinema in completa autonomia, senza dover superare barriere architettoniche come urbane muraglie cinesi per uscire di casa.

Progettare per la disabilità non è semplice. Le tipologie di esigenze delle persone con disabilità sono talmente disparate da rendere gli interventi potenzialmente inefficaci. Quello che va bene per una persona con disabilità sensoriali non va ovviamente bene per una persona con disabilità soltanto motorie. Quando poi le disabilità diventano gravissime si rende necessaria una capillare integrazione sociosanitaria, per far sì che alla difficile condizione di salute non corrisponda una parallela esclusione sociale.

L’emarginazione è dietro l’angolo e comincia dalla scuola, dove tutt’ora l’integrazione tra l’aspetto didattico, la cura, la fruizione dei servizi in condizioni di uguaglianza con gli altri alunni è complicata; prosegue nell’età dell’adolescenza e nella giovinezza dove a volte l’ignoranza genera atteggiamenti di bullismo e di esclusione nei confronti di chi è diverso dalla cosiddetta normalità; continua nell’età adulta dove pochissime sono le persone con disabilità che riescono a vivere del proprio lavoro. Questo dato in particolare è preoccupante, in quanto nel mondo del lavoro, solo il 24,8% dei disabili uomini dai 15 ai 44 anni dichiara di lavorare; fra i 45 e i 64 anni la percentuale scende al 23%. Nelle stesse fasce d’età, la percentuale delle donne occupate è, rispettivamente, il 20,4% e il 14% (Fonte ISTAT). Sono numeri bassissimi.

Il difficile approccio al tema “disabilità” che, come si è visto, nelle maglie della quotidianità viene affrontato con pietismo o indifferenza, e nelle politiche di progettazione viene affrontato in maniera parziale ed insufficiente, si manifesta spesso escludendo coloro che sono i veri protagonisti dai processi decisionali.

Ci si aspettava una svolta dall’ultima legislatura, ma il nuovo governo non ha dato alcun segno di voler affrontare le problematiche delle diverse abilità con un diverso approccio. Addirittura, in una recente intervista, il sottosegretario Zoccano, esponente 5stelle, non senza un certo imbarazzo, ha dovuto ammettere che l’aumento delle pensioni di invalidità, uno dei più grandi cavalli di battaglia dei pentastellati, verrà attuato in maniera graduale ed in tempi non prevedibili.

In Molise la situazione è ancora più disastrata perché alle grandi carenze della programmazione sociale si affianca una sanità con gravi problemi di qualità dell’offerta e scarsità di risorse. Il nuovo governo regionale, per ora, non ha dato alcun segno di voler proporre politiche innovative o quanto meno foraggiare le buone leggi esistenti (prima tra tutte quella sulla vita indipendente). Purtroppo la realtà sta ampiamente confermando le aspettative.☺

 

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