Parole per superare i muri
17 ottobre 2018
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Parole per superare i muri

Il Molise si è distinto in questi anni per la sua grande capacità di accogliere tante di quelle persone che hanno attraversato il mare per lasciarsi alle spalle la loro terra e con essa una situazione difficile, se non impossibile da sopportare.

“Cercavamo il futuro” ha detto una giovane nigeriana che il futuro lo porta in grembo. “Siamo partiti perché c’era la guerra” ha aggiunto una donna siriana. Esperienze di vita che hanno avuto modo di essere condivise in un incontro svoltosi a Termoli il 18 settembre scorso, organizzato dall’associazione “Mai più sole – Non una di meno”. La presidente, arrivata in Italia dalla Bolivia da diversi anni, ha confermato che si parte per inseguire la speranza, specialmente se si hanno figli: “Io ho avuto la fortuna di incontrare le persone giuste”.

Come far convivere le loro aspettative con il crescente senso di paura ed egoismo che sta attanagliando il nostro Paese? Eppure, quando si chiede loro se hanno trovato quello che cercavano rispondono di sì: studiare e lavorare, questo è quello che conta. Ma la cosa più importante è che non si sentono discriminate qui da noi, non avvertono ostilità nei loro confronti, anche se hai 19 anni, indossi il velo e frequenti una scuola pubblica.

La prima difficoltà da superare è quella della lingua, come confermato dall’operatrice dello SPRAR di Termoli, anche perché in piccole realtà come quella molisana le strutture pubbliche non sono dotate di mediatore culturale e non sempre si può sperare di incontrare un medico, un dipendente comunale o impiegati vari che parlino l’inglese o addirittura l’arabo.

Parole scagliate alla cieca, paradossalmente, sono quelle che escono dalla bocca di chi la cosa pubblica la dovrebbe amministrare e, invece, è schiavo del pensiero semplificato che ha creato il binomio “nigeriano-spacciatore”. I fatti hanno poi testimoniato che la droga viaggia su altri barconi, messi in mare dalla mafia albanese, quella sì in combutta con i colleghi italiani.

Non si può mica ripetere all’infinito che i richiedenti asilo, ospiti dei centri di accoglienza, per leg- ge non possono svolgere alcuna attività lavorativa remunerata, devono attendere che la loro richiesta sia accettata. Se poi viene rigettata li aspetta un futuro difficile, senza permesso di soggiorno e senza diritti e facilmente si può cadere nella rete del lavoro nero o peggio della criminalità organizzata. Ci si aspetta che chi siede nei banchi dei consigli comunali, provinciali, regionali e ancor più in parlamento conosca la realtà dei fatti e non la reinventi a suo piacimento, tanto per attizzare il fuoco dell’odio.

Allora diventa ancora più doveroso parlare di accoglienza, un termine che è stato ben esplicato dal pensatore boemo Jan Patocka (1907-1977): “Nella sua essenziale dimensione, la vita umana coincide con la ricerca e la scoperta dell’altro in sé e di sé nell’ altro”. L’accoglienza si potrebbe quindi raffigurare in un abbraccio, gesto spontaneo e familiare con il quale apro le mie braccia all’altro per un contatto totale, senza difese e lascio che anche l’altro accetti me in una circolarità di energie che si interscambiano per diventare linfa vitale. Patocka vedeva la più profonda reciprocità intersoggettiva nel rapporto tra la madre e il suo bambino. Un’esigenza oggi ben nota tanto che in quasi tutti i reparti maternità si pratica il bonding, quel contatto stretto, fisico con mamma e papà che sembra sia importante per la crescita del piccolo, ma anche per i genitori che possono finalmente smorzare la tensione e il dolore.

A volte, però, sarebbe sufficiente aprire la porta (e non chiudere i porti) per essere accoglienti nell’accezione più semplice possibile. Le nostre case una volta erano piene di gente, parenti, amici che venivano perché volevano incontrarti, parlarti. Oggi sono diventate quasi piccoli santuari nei quali ci si rifugia per lasciarsi il mondo alle spalle. Un piccolo impegno promosso alla fine dell’aperitevole, l’aperitivo socievole, è nato proprio dalla esortazione di Hussein, anche lui siriano, che ha invitato tutti a casa sua. Che ognuno riesca a tenere la porta aperta, invitando le persone a casa, cominciando da coloro che difficilmente si può incontrare altrove.

Nanni Moretti ci ricordava che “le parole sono importanti” e quindi bisogna essere attenti a come vengono usate perché già Socrate sosteneva che “le parole false non solo sono cattive per conto loro, ma infettano anche l’anima con il male”. Dal momento che molto male viene suscitato da un uso sconsiderato di parole travisate, tocca tenere gli occhi aperti e fare in modo che possano sempre esserci parole in grado di abbattere i muri.☺

 

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