Parole
19 Febbraio 2020
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Parole

Se ci penso bene, una delle cose più importanti nella mia vita sono state le parole. Sono state le parole che mi hanno permesso di guadagnarmi da vivere, prima da traduttrice ed interprete, e dopo come scrittrice. Ma mai, in tutti questi anni, ho riflettuto tanto sull’importanza delle parole, e su quello che le parole dicono o… nascondono.

In Germania, da otto anni, una giuria, composta da quattro dottori in linguistica ed un giornalista, raccoglie proposte della popolazione, le studia e decide su quella che in tedesco si chiama Un-Wort dell’anno. Un-Wort è una parola difficile da tradurre, la pagina www.leo.org mi offre “obbrobrio linguistico”, ma anche “parola offensiva”. In breve, una parola cattiva, da evitare, da non usare.

I criteri per la scelta della parola cattiva dell’anno sono questi: la parola offende la dignità umana, viola il principio della democrazia (per esempio dire che una posizione politica è ‘senza alternativa’ significa evitare qualsiasi discussione, fuggire dall’obbligo di presentare argomenti), discrimina determinati gruppi, con semplificazioni e con condanne forfettarie, costituisce un eufemismo.

Per l’anno 2019 la giuria ha scelto la parola “isteria climatica”, perché nega l’emergenza climatica, nega la responsabilità di tutti noi di cambiare abitudini per inquinare meno, e la responsabilità degli stati di implementare politiche economiche ed industriali che aiutino a ridurre i fattori che mettono in pericolo la esistenza del nostro pianeta.

Ho pensato molto quale potrebbe essere in Italia la parola cattiva dell’anno 2019 (ma non solo). E mi viene in mente un politico italiano che si presenta tutti i santi giorni su Facebook, mostrando quello che mangia e beve, mostrando a tutti quelli che lo seguono come accumula i chilogrammi e come gli cresce la pancia. Ed è proprio quest’uomo che ci parla della bella vita che fanno in Italia quelli che lui chiama “clandestini”, e che secondo lui vivono in alberghi a 5 stelle, con piscina e Wifi gratuito, utilizzando anche i cellulari. Allora, per me la Un-Wort italiana sarebbe “la pacchia”, perché offende in maniera forfettaria un intero gruppo di persone. E non solo: è stata usata ed è usata proprio da lui che ci fa partecipi via social della sua pacchia.

Lo stesso politico, questa mattina, è stato per l’ennesima volta intervistato da una conduttrice televisiva. Ha cominciato a lamentarsi del fatto che, secondo lui, i suoi avversari (che per lui sono nemici) gli danno la colpa di tutto quello che va male in Italia. In un certo momento dice, testualmente: “Ma, stiamo alle camere a gas?”. Suppongo che voleva dire che siamo arrivati al culmine, all’apice. Ma lui utilizza il paragone delle camere a gas!!!

Io so che ci sarà qualcuno che dirà che è stata una bravata, o un lapsus, o un segno di ignoranza. Ma non è stato niente di tutto ciò. Per me è stato un segno di negazionismo, e trattandosi di un politico, di un segretario di partito che, con parole come “pacchia” ha conquistato la pancia di parte del suo popolo, non c’è da stupirsi che una donna, simpatizzante del suo modo di vedere il mondo, abbia affermato, poco tempo fa, che nei campi di sterminio nazisti i prigionieri abbiano goduto anche delle piscine.

Volevo parlarvi di altre parole, di altri tipi di parole, ma lo farò un’altra volta, perché in questo momento mi mancano le parole.☺

 

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