Partigiani del futuro
29 Luglio 2020
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Partigiani del futuro

“Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita”. Così scriveva Antonio Gramsci nel 1917 sulla rivista La città futura. Un testo, Odio gli indifferenti, le cui parole hanno un valore che va oltre quel periodo storico. Vivere è partecipazione, significa essere partigiani, schierarsi; non si può essere persone estranee ad un territorio. Coloro i quali pensano che estraniandosi restano innocenti, che non sono responsabili dei mali del mondo, che si lamentano e imprecano contro tutti, sbagliano.

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla”, disse Albert Einstein e Martin Luther King, osava ripetere “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni”. “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti” conclude Gramsci nel suo testo.

Anche coloro i quali nei capannelli o dietro ad un monitor inveiscono contro chi amministra e governa un territorio, in generale i politici di turno, ringhiando, denigrandoli e disprezzandoli, con quell’attivismo nevrotico, intriso di rancore, così facendo non partecipano alla vita politica in quanto, come scrisse Margaret Mead: “Il profeta che ammonisce, senza presentare alternative accettabili, contribuisce ai mali che enuncia”. Questo modo di far sentire la propria voce, di fatto è una forma diversa di indifferenza, di velenosa indifferenza. Essa, con il vestito dell’astensionismo, ha fatto parlare di sé, ma ha dato corpo all’antipolitica e a chi ha cavalcato questi sentimenti di rancore.

“L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti. Comportandoci in questo modo, perdiamo una delle componenti essenziali dell’umano. Una delle sue qualità indispensabili: la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue” scriveva Stéphane Hessel. Questo partigiano della resistenza francese, nonché uno dei principali redattori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’ Uomo, nei suoi scritti ci ricorda come il primo passo per il risveglio delle coscienze sia l’indignazione e che questa “non basta. Se qualcuno crede che per cambiare le cose basti manifestare per le strade, si sbaglia. È necessario che l’indignazione si trasformi in un vero impegno”. Questa partecipazione è il sale della democrazia, quando questo non avviene c’è una deriva e l’esercizio del potere è espressione di una élite, della vituperata casta.

Il Molise è teatro di queste dinamiche, dall’indifferenza all’indignazione, dalla rassegnazione alla partecipazione e tuttavia, questa militanza non ancora riesce ad esprimere al meglio il suo valore. Emblematica è la questione sanità. La società civile è scesa in piazza a manifestare il proprio dissenso alla politica dello smantellamento della sanità pubblica in favore di quella privata. Associazioni culturali, singoli cittadini, operatori socio-sanitari, 118 sindaci, la Diocesi di Termoli-Larino, hanno fatto convergere le loro energie sulla proposta del commissario ad acta Angelo Giustini, proposta che vede il Vietri ospedale Covid e, in seguito, dipartimento a carattere regionale per le malattie infettive.

Il consiglio regionale, con voto favorevole, ha fatto proprio le istanze della piazza. Ma, nel comportamento del presidente della Regione, che, dopo essersi astenuto, insieme con altri sette, durante i lavori del consiglio regionale, invia a Roma, al tavolo del Ministro, il progetto messo a disposizione dai dirigenti dell’ASREM, in contrapposizione con quanto deliberato dal consiglio e proposto dal commissario alla sanità Giustini, ravvisiamo una offesa alle regole democratiche, alla sovranità del consiglio regionale, alla dignità e al ruolo dei consiglieri regionali. È un atto che la politica seria dovrebbe non solo denunciare ma attivarsi per evitare che si crei quello strappo tra i vari livelli istituzionali e un insanabile quanto deleterio allontanamento dei cittadini e dei loro rappresentanti elettivi dall’agire politico. Oggi, come ieri, valgono le parole di san Tommaso D’Aquino: “chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio”.

Altre questioni gravano come macigni sul Molise nel “completo e preoccupante silenzio istituzionale della Regione”. Il problema acqua, il problema desertificazione, l’energia, i beni culturali. Tutti inquadrabili in una magica parola che li evoca tutti: territorio.

Il 58% del territorio molisano è a rischio desertificazione. Uno studio del CNR parla chiaro. Gestione poco attenta delle risorse naturali, dell’acqua, del suolo e della vegetazione. Gli esperti affermano: “La situazione è allarmante ed è destinata a peggiorare…”. E a trattare la cessione dell’acqua del Liscione alla Puglia ci va un tecnico e non la politica: 50 milioni di metri cubi in più per l’agricoltura della provincia di Foggia! Interessi di società del nord intendono occupare i migliori terreni del nostro territorio con pannelli fotovoltaici. E ancora…

Per tutti coloro che hanno a cuore la giustizia, che desiderano un mondo migliore, che leggono nei comportamenti della politica contraddizioni e divergenze dagli interessi reali del territorio, chi ritiene che il progresso debba coinvolgere tutti, senza creare nuove povertà, non può sottrarsi all’impegno responsabile e partecipe. È necessario diventare partigiani del futuro.☺

 

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