Peccato e peccatori
5 Agosto 2020
laFonteTV (1796 articles)
0 comments
Share

Peccato e peccatori

“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17). In questo tempo di pandemia mi è sembrato adatto riflettere sulla metafora della malattia che Gesù usa per indicare il peccato e i peccatori. La genialità di quest’affermazione sta nel fatto che Gesù utilizza la convinzione sbagliata dei suoi interlocutori, che fa del male fisico una conseguenza del peccato per ribaltare la concezione teologica secondo cui Dio e malattia e quindi peccato non possono entrare in relazione. Gesù, al contrario, fa dell’interazione e della cura dei malati e dell’accoglienza dei peccatori il punto centrale della sua azione evangelizzatrice. Non a caso quest’affermazione è una risposta data ai farisei scandalizzati mentre sta a casa di Levi a condividere allegramente la mensa con peccatori di ogni sorta, esclusi da ogni forma di relazione da parte delle “brave persone”.

Una tale affermazione espressa in questo contesto fa così scandalo persino nella comunità cristiana, che Luca, che di solito sottolinea la misericordia di Dio, fa un’aggiunta all’ultima frase: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori a convertirsi” (Lc 5,32). Perché la frase di Gesù è così strana? Ciò che fa e dice Gesù va in totale contrasto con le attese religiose ed etiche dei suoi contemporanei: tutto il sistema religioso giudaico, infatti, era basato sulla netta distinzione tra bene e male, purità e impurità, ordine e caos: chi diceva di servire Dio doveva quindi tenersi a distanza da ciò che creava disordine, che rendeva impuro, ciò, insomma, che avrebbe dato fastidio a Dio che non è a suo agio con il peccato. Gesù invece inverte le posizioni: chi è più fragile, debole, imperfetto, è più vicino a lui (e quindi a Dio). Gesù non chiede a Levi e ai suoi ospiti di fare riti di purificazione, di cambiare la loro vita riconciliandosi con il sistema religioso prima di andare a mangiare con loro, come non lo chiede a Zaccheo che è addirittura il capo dei pubblicani. Si pone invece in relazione nella totale gratuità, senza nulla pretendere in cambio.

Se di Zaccheo si dice che cambia vita e di Levi che segue Gesù ciò è solo dovuto al cambio spontaneo del loro cuore mentre non si sa nulla di quelli che hanno mangiato con Gesù né tantomeno gli evangelisti sono tentati di indagare sull’esito del loro incontro, ma ciò che si vuole raccontare è la totale mancanza di atteggiamento giudicante di Gesù nei loro confronti; anzi, se giudizio c’è, è solo nel valutare che proprio in quelle situazioni più difficili Gesù si vuole rendere prossimo senza troppi distinguo e pretese. Anche al ladrone sulla croce che gli chiede di entrare in paradiso non si mette a fare il predicozzo se effettivamente si è allontanato dalla vita passata ma lo accoglie semplicemente come compagno di strada. L’icona più eloquente è l’atteggiamento del padre misericordioso della parabola omonima (Lc 15,11-32): non fa il terzo grado al figlio ma è solo felice di riabbracciarlo, di superare ogni distanza; anche la fisicità dei suoi gesti (gli si getta al collo e lo bacia) indica che non aspetta prima che venga “sterilizzato” per accostarsi: solo dopo, infatti, comanda ai servi di “ripulirlo”.

Questo modo di fare di Gesù è così “alieno” dai sistemi religiosi che persino il primo cristianesimo sembra aver cambiato rotta: basti pensare alla Lettera agli Ebrei, dove si dice chiaro e tondo che se uno pecca gravemente dopo il battesimo non ha più una seconda possibilità (è il motivo per cui questa lettera ha fatto fatica ad entrare nel canone biblico in Occidente, quando si dibatteva sulla riammissione di coloro che per paura delle persecuzioni abbandonavano la fede cristiana). Tuttavia in quella Lettera si parlava di cristiani che avevano fatto la scelta di esserlo dopo un lungo cammino di preparazione per cui sapevano già prima cosa sceglievano ed erano liberi di farlo. Il dramma è che questo atteggiamento puritano lo si applica oggi verso battezzati che lo sono dalla nascita e che non hanno mai fatto l’esperienza di un incontro forte con Gesù, ma si sono semplicemente adagiati sulla pratica religiosa e su una morale fatta di divieti e distinguo che, più che cristiana, sembra farisaica.

Da parte di chi deve “guidare il gregge”, poi, si pretende non solo di rimproverare chi sta dentro senza nessuna autentica adesione a Gesù e al vangelo, ma anche chi è fuori e che dovrebbe rispecchiare, secondo certi proclami, tutte le leggi divine di cui ci si sente depositari e custodi, contravvenendo a quanto dice Paolo, secondo cui “quelli di fuori li giudicherà Dio” (1 Cor 5,13). Quanto siamo lontani dalla gratuità degli incontri di Gesù che non è interessato alle azioni dell’uomo se non per valutare l’urgenza dell’approccio: peggio è il suo stile di vita e più necessariamente si accosta perché lo riconosce debole. È la qualità dell’incontro che, al limite, farà il resto, ma si guarda bene dal rinfacciare ai peccatori la loro condizione.☺

 

laFonteTV

laFonteTV