Per affrontare le grandi questioni
13 ottobre 2018
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Per affrontare le grandi questioni

Sotto il cielo vi è una gran confusione, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Il governo dei grillini e della Lega sul terreno dei fatti ha prodotto poco o nulla, le ragioni possono essere le più diverse: dalla incapacità ai vincoli di bilancio, dalle contraddizioni nell’alleanza di governo alla confusione dei progetti. Questo non deve ingannare, perché dietro l’immobilismo delle cose accade ogni giorno qualcosa di grave. La campagna di parole, la propaganda del duo Di Maio-Salvini ogni giorno avvelena i pozzi del senso comune dei cittadini e puntualmente i sondaggi segnalano un aumento della maggioranza di governo che oggi è ben oltre il 60 per cento. L’interrogativo che un democratico, una persona di sinistra ha da porsi è elementare: “Perché tanta incuria governativa produce un consenso così ampio? Perché la permanente campagna elettorale dei due vicepremier produce così brillanti risultati?”. La risposta sembrerebbe essere dietro l’angolo: “Non vi è una credibile opposizione, non vi è una credibile classe dirigente alternativa, né una proposta alternativa”. Vero, ma è solo una parte della verità e neppure quella più interessante. La realtà è più complessa e per molti versi più preoccupante. La continua evocazione del fascismo salviniano e della potenza corruttiva dell’opinione pubblica dei “social di Casaleggio”, ancora una volta fornisce solo un brandello di verità.

Scriveva Gramsci, quasi un secolo fa, “la democrazia borghese non entra in crisi, perché minacciata dal fascismo, ma è la stessa decomposizione del sistema a produrre le forze antisistema”. Noi possiamo leggere nelle vicende dell’oggi più di una analogia con gli anni che seguirono la prima guerra mondiale, anche se vi sono alcuni aspetti che rendono la situazione attuale paradossalmente ancora più preoccupante. In questi ultimi decenni, come era già accaduto dopo la prima guerra mondiale, abbiamo assistito alla crisi profonda di quei corpi sociali che sono stati fondamentali per la stabilizzazione del sistema. È una crisi che viene da lontano. La rivolta del movimento studentesco del 1968 è stato un primo e forte campanello d’allarme della frattura che si stava producendo nel sistema economico-sociale italiano. Ma l’analogia non si ferma qui, questi ceti medi, come la piccola borghesia degli anni del biennio rosso (1919-1920), in una prima fase simpatizzarono con la classe operaia e gli straordinari risultati elettorali del PCI della metà degli anni ‘70 ne sono una testimonianza. Poi negli anni ‘80 è iniziata una rivoluzione lenta, sotto la spinta dei processi di globalizzazione economica, finanziaria e tecnologica. E tutto è cambiato. Un mutamento che ha inciso in profondità nella carne viva delle società, nella Politica e negli orientamenti culturali dei cittadini del mondo. È in questo contesto che si rinnova quella decomposizione della democrazia che Gramsci descrive negli anni venti e che poi produsse il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Ancora una volta il nostro paese appare il più reattivo ai mutamenti, così fu con il fascismo negli anni ‘20, così con il Berlusconismo degli anni ‘90 e così è oggi con il governo giallo-verde.

Perché? Perché la società italiana coglie prima degli altri il mutamento dei tempi e li anticipa con una risposta che è sempre la stessa: il populismo, il ribellismo e il qualunquismo di massa condito con il nazionalismo. La ragione è stata scritta e genialmente interpretata da Gramsci: è nel Risorgimento e nell’unificazione sabauda dell’Italia l’inizio della malattia. Il risultato del Risorgimento sabaudo fu la formazione dello stato indipendente ed unitario, però non caratterizzato da una effettiva unità popolare-nazionale. In Italia si è sempre conservato un distacco fra “classe dominante” e popolo, una distanza fra élite e ceti sociali subalterni e nei momenti di crisi questa distanza diventa rottura, rabbia e degenera nel reazionarismo. Questa tendenza non deve occultare la complessità italiana, la ricchezza e contraddittorietà della nostra vicenda storica che rende il nostro paese un unicum, non riconducibile ai vari Orban che popolano l’Europa. Perché l’Italia è anche erede di quell’universalismo, di quella forza creativa che viene da molto lontano: la storia di Roma, la Chiesa, gli straordinari laboratori dei comuni e da ultimo il Rinascimento. L’Italia in questo ultimo secolo è oscillata fra queste due tendenze e ha dato il peggio e il meglio di sé, ma è indiscutibile che oggi siamo in uno dei punti bassi della nostra storia. Da qui dobbiamo ripartire, avendo anche chiaro due ipoteche sul presente che rendono la nostra opera e le nostre scelte molto più problematiche di quanto lo fossero ieri. Da una parte la disgregazione, e per alcuni aspetti la marginalità della classe operaia, dall’altra la crisi di quei valori di civiltà che sono stati fondativi della nostra società occidentale, una crisi alla quale si è arrivati per diverse e talvolta contrapposte ragioni, che ha liberato da antichi fardelli reazionari, ma allo stesso tempo ha disgregato le comunità e la coesione sociale.

Che fare? È la domanda delle domande. Capire e non semplificare la realtà è il primo passo, questo anche il senso del ragionamento schematico che ho voluto presentare. Non sperare nei Giolitti del nostro tempo, ovvero capire, senza per questo essere settari, che il Partito Democratico e l’eurocrazia sono parte non secondaria della decomposizione della nostra democrazia. Infine rinnovare radicalmente la classe dirigente che ha avuto responsabilità politiche e istituzionali nel nostro recente passato. Queste le premesse essenziali per affrontare le grandi questioni economiche, sociali, istituzionali e culturali che sono sul tavolo e per riprendere quello “spirito universale” che rappresenta la parte migliore e più creativa della nostra storia. ☺

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