Per un domani migliore
4 Maggio 2017
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Per un domani migliore

O realtà liberata, la pace dei fragili,

la bontà dei silenziosi è con te,

ecco c’eri tu, avvertita dai profeti,

come i ciechi indovinano le arcate delle chiese,

aspettare aspettare questa era la forza,

non credere al tempo, allo spazio e agli eventi;

le catastrofi fanno galoppate

inutili davanti alla tua alba, e tutto

è pronto a giocare perché il domani è sicuro”

Aldo Capitini, Colloqui corali, Inno, IX.

Il «cerchio aperto»

Il significato della parola enciclica porta in primo piano il riferimento al cerchio: qualcosa che appare in qualche modo perfetto (equidistante tra tutti i punti del perimetro e il suo centro) ma anche chiuso in se stesso. Sembrerebbe un messaggio indirizzato ad un club privato, delimitato chiaramente da ciò che sta al di fuori del perimetro. Quella di Francesco papa è un cerchio aperto non evanescente, al contrario connesso e invitante. Non manca il riferimento al Vangelo, l’appello alle donne e agli uomini di Chiesa cattolica e a chi in lei ha particolari responsabilità, ma il messaggio si estende “a ogni persona che abita questo pianeta” (LS 3). L’appello universale non è una novità nella chiesa, ma per Francesco è programma di un pontificato, appello personale, speranza di una nuova qualità della vita. Porta la data del 24 maggio 2015, festa di Pentecoste in cui il dono dello Spirito rinnova la faccia della terra e muta l’incomprensione di Babele in comprensione di tutte le lingue. Tuttavia viene lanciata pubblicamente dopo qualche settimana, l’8 giugno, giorno feriale, ma primo giorno del Ramadam del 2015, coincidenza felice per questa terra-casa comune.

Il creato nelle nostre mani

“Il fatto che mia figlia Irene stava morendo o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione”. Così nelle prime pagine del romanzo Lo spazio bianco, Valeria Parella dipinge l’attesa di una madre fuori dal reparto in cui si trova la sua bambina nata prematura a sei mesi. Una manciata di giorni separava quell’esserino dal feto che non era più, ma lo lasciava sospeso con esito incerto e prognosi riservata per la sopravvivenza. Nelle ultime pagine si scoprirà che la bimba ne uscirà viva e sana; in mezzo c’era il tempo che prolungava il parto e il rischio, che dilatava la nascita lasciandola sospesa: la bimba stava appunto nascendo-morendo. Nessuno però accettava quel linguaggio perché la madre doveva dire solo nascendo. “L’altra cosa è stata che mia figlia Irene stava morendo e io non ho potuto dirlo a nessuno. Sono quasi sicura che le due cose sono andate insieme, entravano e uscivano da me insieme”.

L’urgenza, il rischio e la speranza che accompagnano le pagine di questa enciclica ci pongono in uno “spazio bianco”: il rischio è reale anche se – come nel romanzo – ogni allarme o ogni richiamo può essere inteso come catastrofismo. “Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizie” (LS161). Anche il nostro ecosistema in perenne movimento e trasformazione sta nascendo-morendo. La differenza – con la metafora del romanzo – é che la madre della piccola Irene poteva solo attendere, la sfida lanciata da questa enciclica all’umanità è che questo tempo può diventare attivo, ferventemente operoso e che l’impegno riguarda potenzialmente tutti. Lo spazio bianco delle scelte comuni è ancora aperto, urgente nella sua dimensione, e ancora possibile. Si tratta di assumere il rischio, ma anche di accompagnare la vita fragile con una cura che non riguardi la forza e la quantità, permettendo alle ferite di rimarginarsi, al disagio di manifestarsi, semplicemente e senza pregiudizio. Si richiedono tecniche e politiche, ma anche etiche e cura materna.

Dalla fine del mondo

Il punto di osservazione non cambia la realtà, ma ne orienta decisamente la sua lettura. La prospettiva cambia anche le pratiche culturali e politiche che appaiono e si rendono necessarie. Si dice infatti che “il Vangelo si vive con i piedi”. Se in un determinato luogo tu ci vai a mettere i piedi hai maggiore possibilità di portarci anche la mente e il cuore, ovvero l’intero tuo essere. Un papa che vede le cose “dalla fine del mondo” in realtà non usa solo linguaggi diversi, mette in discussione l’idea stessa di un centro e di una periferia. Il problema è ecologico e sociale: la deforestazione è un dramma per l’ecosistema e costituisce una violenza inaudita nei confronti delle popolazioni che vengono cacciate ed espropriate del proprio territorio. Prendere la parola in questo senso, e in modo cosi chiaro e così netto, va contro interessi economici ed è pericoloso. Vedere il mondo in questa prospettiva significa denunciare la violenza, anche quella strutturale, costantemente esercitata sui poveri, cogliendo le proporzioni diversificate delle responsabilità (LS 51). Partire da questi punti di vista è leggere la storia e il Vangelo “dalla fine del mondo”. Anzi, è soprattutto mettere in discussione cosa siano centro, inizio e fine, per pensare alla circolarità di un mondo accogliente. Come ad esempio usava dire don Stefano Natasi, parroco della “piccola porta d’Europa”: “L’Italia non finisce a Lampedusa. Direi piuttosto che comincia a Lampedusa”.

L’auspicio di un futuro migliore per tutti porta con sé scelte e azioni precise. I ripetuti richiami all’ecologia come “cura della casa comune” e alla “difesa delle popolazioni” espropriate ed impoverite sono espresse con un linguaggio sapienziale e insieme militante in cui vibrano decisione e semplicità. La semplicità di Francesco non è affatto ingenuità: si tratta piuttosto di una visione altra. “È pensare in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza del lavoro, la terra e la casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro … La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari”. ☺

 

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