per un mondo nuovo   di Michele Tartaglia
1 Dicembre 2012
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per un mondo nuovo di Michele Tartaglia

 

Ogni volta che si avvicina il Natale, accanto alla frenesia dei consumi, per i credenti si offre un’altra possibilità: quella di riascoltare, accanto ai racconti della nascita di Gesù, anche pagine potenti dell’Antico Testamento, usate nella rilettura cristiana per interpretare il messia. Non è indifferente aver scelto un certo tipo di pagine che parlano di giustizia e riscatto dei poveri, anziché altre che parlano di soluzioni finali in nome della pretesa superiorità del Dio cristiano.

 Una delle pagine più significative che i cristiani rileggono ad ogni Natale, è tratta da Isaia il quale, sognando un nuovo re migliore di quello che governava Gerusalemme, usa parole che parlano di riconciliazione cosmica, di una creazione resettata per tornare allo stato di grazia originario: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Is 11,1-11).

Nella descrizione del re ideale, Isaia traccia un vero e proprio programma politico, portato avanti da un governo che non mette al primo posto gli interessi di alcuni gruppi, ma il bene comune, prendendosi carico delle fasce più deboli della popolazione. Per fare questo chi governerà il paese non sarà uno sprovveduto, ma uno che ha una formazione a tutto campo (i doni dello Spirito), che sa dialogare con gli altri governi ma conserverà una propria autonomia di giudizio basata sul primato della giustizia (fascia dei suoi lombi, cioè un suo habitus, nel senso pregnante del termine). Non pronuncerà parole vuote e di circostanza che servono a blandire i poteri forti, bensì dirà parole efficaci che realizzano ciò che promettono, in termini di superamento dell’ingiustizia e della violenza. La prova del nove di questo programma sarà l’effetto positivo su una società in cui non ci sarà più la contrapposizione tra padrone e salariato (lupo e agnello) tra poteri e cittadini; una società in cui uno sviluppo sostenibile garantirà a tutti l’accesso alle risorse e ai servizi (il leone si ciberà di paglia come il bue). I deboli non avranno più da temere da chi socialmente è più forte e soprattutto dai furbi (l’aspide). Non ci sarà più l’accaparramento delle pubbliche risorse (il santo monte) per usi privati e a detrimento della spesa sociale, perché la giustizia di Dio, il suo progetto politico riempirà il paese.

Sembra un programma scritto nei nostri giorni da governanti che si fanno guerra per ottenere un ruolo di governo del quale non sanno realmente la portata per cui imbrattano di retorica parole antiche e possenti. In realtà quelle parole che il profeta Isaia aveva pronunciato per un governante vero, il futuro re Ezechia, molto presto si rivelarono inadatte a descrivere chi governava per diritto di sangue (oggi diremmo per appartenenza a un gruppo di potere consolidato), e verranno riutilizzate da un popolo esiliato, che ha fatto l’esperienza della fine di una società strutturata, per immaginare una società nuova che, edotta dagli errori e dalle tragedie del passato, potesse riaggregarsi su ideali antichi (la legge di Dio) e nuovi perché mai pienamente realizzati. Il profeta Isaia sarà sempre di più utilizzato in chiave di critica delle strutture di potere e di progettazione di un nuovo modo di vivere le relazioni umane ed è in questa chiave che anche i cristiani, vissuti per molto tempo ai margini di una società che li perseguitava, hanno colto in queste parole ciò che essi volevano realizzare e per cui erano disposti a pagare con la vita.

Nell’oggi di cambiamenti epocali, queste parole e Colui che le ha pienamente incarnate, che nonostante tutti i rumori ci sfida con la sua nascita nei bassifondi della storia, tornano di pressante attualità, non per chi le ha spiritualizzate facendone la cornice dolciastra di una festa di consumi, ma per chi attende e lotta per un mondo nuovo dove la giustizia sia di casa. Per tutti costoro sia un buon Natale.☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

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