per una scuola accettabile  di Gabriella de Lisio
4 Luglio 2013
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per una scuola accettabile di Gabriella de Lisio

 

Mentre prendono forma le prime righe di questo articolo, i telegiornali mandano e rimandano, da stamattina, i punti del famigerato “Decreto del fare” firmato dal governo Letta. L’occhio (con l’orecchio) cade, naturalmente, sulla scuola e resta perplesso. Si parla di edilizia scolastica. Manutenzione e messa in sicurezza degli edifici. Cento milioni di euro. Sarà. Ma, senza disprezzare il gesto di buona volontà, approfitto di questo piccolo spazio di resistenza personale per dare sfogo ad una fantasia piuttosto arrabbiata, ed immaginare i punti di un “decreto” tutto mio, in cui “fare” quello che, secondo il modestissimo parere di un’insegnante di trincea, occorre subito.

Io, signor ministro, “farei” così.

1. Pretenderei un modo nuovo, serio e adeguato, di reclutamento degli insegnanti, e un sistema di valutazione severissimo per quelli che sono già dentro, per il quale se ti aggiorni e lavori seriamente vai avanti, se sai collaborare e coltivi relazioni corrette coi colleghi e coi ragazzi prosegui, altrimenti ti fermi, sei penalizzato, devi “riparare”. Basta coi docenti che vivono di rendita con quello che hanno imparato all’università, o che lasciano impunemente le classi incustodite per fare altro, o che insultano il collega perché ha idee che non combaciano con le proprie. Per le nuove leve, si dovrebbe avere il diritto ad un anno di prova con un vero tutoraggio, in classe, da parte di un docente a fine carriera, e solo se il “candidato” risulta idoneo deve essere regolarizzato a tempo indeterminato, altrimenti deve continuare la formazione, “recuperando” tutti i punti deboli emersi nel suo bagaglio di competenze. Dai concorsi molte volte escono impiegati e non docenti, persone che non “sentono” questo lavoro e non si impegnano per farlo meglio. Ma chi lo fa seriamente non ne ha alcuna colpa, anzi, non per questo l’insegnamento deve essere un lavoro umiliante e umiliato.

2. Fisserei un numero equilibrato di alunni per classe, per evitare classi-mostro da 30 (così come classi-micro da 10). In Svezia, ministro, in classe ce ne stanno anche 35, ma lei sa come funziona in Svezia? E quali strumenti possiedono gli insegnanti svedesi per controllare gruppi così numerosi? Hanno anzitutto un prestigio personale e professionale che in Italia è tramontato ormai da decenni, e poi hanno una scuola sostenuta in palmo di mano dallo stato, stipendi più che dignitosi, ore pomeridiane e una didattica che è il fiore all’occhiello dell’ Europa.

3. Rimedierei subito, in maniera precipitosa direi, alla carenza di personale, per permettere la sacrosanta continuità a gruppi-classe che, in un quinquennio, possono arrivare a cambiare una decina di insegnanti sulla stessa disciplina; e per permetterla anche ad insegnanti che si sentono sradicati, precari dentro, perché impossibilitati a impostare un discorso di lungo respiro coi propri alunni.

4. Troverei risorse, signor ministro, per dotare la scuola di libri, cartine, pc, materiale didattico innovativo di ogni tipo, che può diversificare e arricchire l’offerta formativa, permettendo la realizzazione di tante proposte e idee

5. Renderei più accessibile il pagamento di esperti esterni, da un regista, ad un giornalista, ad un archeologo, a chiunque possa lavorare con gli insegnanti mettendo a disposizione della classe competenze che gli insegnanti non hanno e non possono avere. È necessario che la scuola si apra, entri in contatto con tante altre realtà, attivando collaborazioni qualificate, che non possono essere gratuite.

6. Stabilirei parametri ragionevoli per il dimensionamento scolastico, perché un dirigente non può controllare sette plessi scolastici, abbinati tra loro dagli Uffici Scolastici come pedine di una dama cieca. Sarà necessariamente il dirigente dell’uno e non dell’altro, sarà più presente in un luogo che in un altro, e non riuscirà – nonostante la buona volontà –  a far funzionare il proprio, anzi i propri istituti.

7. Il nostro modello di integrazione della disabilità (o del disagio in senso lato, ora che si parla di “Bisogni Educativi Speciali”), diciamocelo francamente, comincia a fare acqua da tutte le parti, non può continuare a vivere di rendita, o forse di apparenza. Nella sostanza, i soggetti svantaggiati hanno bisogno di competenze elevatissime, che non abbiamo ancora, di strumenti sofisticati, di una didattica di alto livello. Di figure professionali che mancano.  

Ministro, c’è tanto da fare, ma proprio tanto. L’edilizia scolastica va bene, apprezziamo. Ma ci dimostri che guarda lontano, che ha capito la dimensione del problema e che ha in mente un progetto di ampio respiro diretto al risanamento, ad una profonda revisione del sistema scolastico nazionale e ad una lenta, paziente opera di ricostruzione del prestigio e della dignità della professione docente, che è stata svilita dallo stato e da quanti, troppi, l’hanno abbracciata con pressapochismo. Ci conto, ci contiamo. Buon lavoro.☺

gadelis@libero.it

 

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